L’angolo di Michele Anselmi

Incuriosito ma non soddisfatto dalla prima serie, certo memore dei romanzi polizieschi originali della spagnola Alicia Giménez-Bartlett (un grazie a mia sorella Barbara per avermeli fatti conoscere), ho visto su Sky la seconda stagione di “Petra”. Quattro episodi da circa 90 minuti l’uno, insomma quattro film, un po’ alla maniera del mai dimenticato tenente Colombo. Il mio giudizio, per quel poco che conta, è positivo: nel trasportare da Barcellona a Genova le inchieste della brusca e incasinata poliziotta, Maria Sole Tognazzi ha precisato lo stile da tv “generalista” della serie, tirando fuori il meglio dagli attori protagonisti: sia la star Paola Cortellesi nei panni di Petra Delicato, sia il deuteragonista Andrea Pennacchi in quelli di Antonio Monte. Le storie sono apparse più concentrato sulle vicende investigative, insomma sugli omicidi, con meno digressioni sull’umore e gli atteggiamenti scontrosi di Petra, un dosaggio più armoniosa dell’atmosfera (ce n’era troppa secondo me, anche se nessuno parla con cadenza ligure, vai a sapere perché).
Immagino che sia anche un po’ merito di Riccardo Tozzi, storico produttore del team Cattleya, uno che viene dalla fiction, ha saputo fare buon cinema d’autore e popolare, per tornare al piccolo schermo con una serialità quasi sempre all’insegna del noir e del poliziesco.
Sulla falsariga dei rispettivi romanzi editi da Sellerio, la regista Tognazzi e i suoi sceneggiatori Giulia Calenda, Furio Andreotti e Ilaria Macchia hanno scelto inchieste molto toccate dal “fattore umano”: un omicidio all’interno di un comprensorio esclusivo con gruppo di amici che custodisce rancori e tradimenti dietro a un’apparente serenità; una catena di morti tra i senza fissa dimora, uomini e donne soli divenuti bersaglio di un mondo spietato; un duplice assassinio legato a un crimine del passato, che costringe i nostri a chiedersi dove sia il confine tra vittime e carnefici; il furto di una pistola – e non una pistola qualsiasi, trattandosi della Beretta in dotazione a Petra – che guida i due a scoprire il drammatico universo delle baby gang e un giro di pedofilia.
Naturalmente non tutti i quattro episodi sono della stessa qualità, immagino che si sia lavorato con una certa fretta per ottimizzare i costi e trovo che talvolta Paola Cortellesi faccia troppo “le facce” da spigolosa, che reciti un po’ col pilota automatico, aderendo meccanicamente allo spirito ulcerato/insofferente del personaggio. Soprattutto “si sente” troppo la presenza ingombrante della cinepresa, specie nelle sequenze i cui i personaggi avanzano camminando: quasi “vedi” l’operatore che dà indicazioni agli attori. Ma sono dettagli tecnici, nessun spettatore normale ci farà caso, e del resto gli ascolti, mi dicono, sono buoni, sicché è in preparazione una terza stagione.
Quando parlo di tv “generalista” intendo dire che anche “Petra”, nello stile, nella messa in scena, nell’uso dei personaggi fissi, pure nel contrasto tra la durezza delle storie e il pudore delle immagini (mai un nudo o una scena di sesso), si rivolge a un pubblico non eminentemente giovane, piuttosto agé, diciamo lo stesso delle indagini di Rocco Schiavone/Marco Giallini o di Imma Tataranni/Vanessa Scalera. Anche la formula è più o meno la stessa, tanto è vero che non sorprenderebbe più di tanto vedere gli otto episodi di “Petra” sulle reti della Rai.
PS. La quarta puntata, cioè quella del temporaneo commiato, offre una bella sorpresa finale, con il mare e il cielo di Genova sullo sfondo.

Michele Anselmi