L’angolo di Michele Anselmi

Trentaquattro anni e dieci film dopo “Il Grande Blek”, l’ascolano Giuseppe Piccioni è tornato nella sua città natale per girarvi “L’ombra del giorno”. Non sarà stato facile mettere insieme un progetto del genere: in costume, sui temi del Ventennio, sotto i morsi della pandemia. Ma alla fine, dopo qualche inciampo produttivo, attraverso lo sforzo congiunto di Rai Cinema e “Lebowski”, il film s’è potuto fare, e adesso, da giovedì 24 febbraio, si presenta impavido alla prova del pubblico.
Vale la pena di vederlo, e non lo dico perché sono marchigiano. Era dal 2016, con “Questi giorni”, che Piccioni non firmava una regia cinematografica; e vai a sapere che cosa l’ha spinto a scrivere, con Gualtiero Rosella e Annick Emdin, questa storia d’amore un po’ “alla” Carlo Cassola, ambientata sul finire degli anni Trenta, proprio ad Ascoli Piceno.
Per chi non sapesse, un’istituzione ascolana è il Caffè Meletti, fondato nel 1907, che dà sulla centrale piazza del Popolo; proprio lì, in quel locale magnifico fatto di legni stagionati e vetrate luminose, sono state girate scene di film come “I delfini” di Citto Maselli e “Alfredo Alfredo” di Pietro Germi. Truccato da ristorante, il “Meletti” diventa ora un luogo dell’anima, in una chiave che non sarebbe dispiaciuta a Ettore Scola: cioè un ambiente chiuso nel quale lo spettatore respira i venti turbolenti della Storia come stando seduto a tavola, osservando ciò che succede dentro e fuori. “Un kammerspiel meno claustrofobico” spiega infatti Piccioni.
Siamo nel 1938, alla vigilia della sciagurata visita di Hitler a Roma. L’aria s’è fatta cupa anche ad Ascoli, ma l’elegante ristorante gestito da Luciano, per conto di un vecchio “Cavaliere”, sembra fare ancora buoni affari. Lì, dal nulla, approda una giovane donna che dice di chiamarsi Anna. Cerca lavoro come sguattera, ma il gestore, eroe della Prima guerra mondiale, claudicante e ancora piacente, fascista per quieto vivere, intuisce che la straniera è sveglia, duttile, capace di imparare alla svelta. Basta non parlare delle “cose buone” fatte dal fascismo, perché lei subito cambia discorso o si sottrae.
Avrete capito che tra i due, così diversi ma forse uniti da un’abissale solitudine, scatta qualcosa, e quel qualcosa si cementerà anche dopo la rivelazione destinata a trasformare Anna in una possibile ricercata (l’untuoso e feroce gerarchetto locale Osvaldo Lucchini ha ricevuto ordini inflessibili da Roma).
Lungo più di due ore, sottilmente orchestrato nella prima parte, un po’ slabbrato nella seconda, a mano a mano che gli eventi prendono una piega tragica con la dichiarazione di guerra del 1940, il film è comunque una riuscita, il tentativo apprezzabile, quasi in sintonia con “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice, di intrecciare Grande Storia e piccole storie, in modo da far riverberare le une nell’altra. Malgrado il budget limitato, l’aria del tempo è bene restituita, anche grazie alla fotografia di Michele D’Attanasio, e con essa quel clima di progressivo sospetto, di caccia all’ebreo e all’antifascista, di serpeggiante delazione, mentre anche le adolescenti fasciste con la “M” sul petto (sarà un omaggio al dittico di Antonio Scurati?) cominciano a cadere dai pattini, a non volteggiare più armoniosamente.
Dedicato ad Antonio Salines, l’attore scomparso l’anno scorso che nel film disegna l’amaro/toccante ritratto di un vecchio professore universitario irriso dai fascistelli locali, “L’ombra del giorno” trova in Riccardo Scamarcio e in Benedetta Porcaroli due protagonisti intonati al clima generale della vicenda: in bilico tra complicità e rassegnazione, audacia e paura, dignità e sconfitta (però i due hanno scoperto di amarsi a fine riprese). Nel cast, ben amministrato, spiccano Lino Musella, Valeria Bilello, Sandra Ceccarelli, Waël Sersoub, Costantino Seghi e Vincenzo Nemolato, quasi tutti alle prese con la calata dialettale rifatta con qualche scusabile approssimazione.
PS. Sul piano delle scelte musicali adottate da Piccioni, confesso sommessamente che tra “Vivo” di Andrea Laszlo De Simone (2021) e “Tornerai” di Carlo Buti (1937), preferisco la seconda.

Michele Anselmi