Arriva in libreria il terzo volume di “Piccola enciclopedia degli ultracorpi” di Alberto Pallotta, dedicato ai B-Movies inglesi degli anni Cinquanta e Sessanta, ancora una volta edito da Ultra. Con la solita cura nella selezione dei titoli e lo stesso taglio critico dei primi due volumi, rispettivamente dedicati ai b-movies americani degli anni Cinquanta e Sessanta, il critico mette a segno un altro ottimo colpo. Lo abbiamo incontrato.

Con il tomo 3 di “Piccola enciclopedia degli ultracorpi” approdi in terra d’Albione dove gli anni Cinquanta e Sessanta hanno prodotto alcuni dei migliori horror di tutti i tempi. Quali sono, in questo senso, le caratteristiche che li differenziano dai coevi titoli americani?
Alberto Pallotta: I film horror americani degli anni Cinquanta erano in prevalenza fanta-horror, pensa a film come “Assalto alla Terra”, “Tarantola”, “Il mostro della Laguna Nera” o anche un gioiello come “L’invasione degli Ultracorpi”, ed erano quasi sempre pervasi da un forte spirito anti-comunista. L’alieno di turno, aggressivo e bellicoso, era il sovietico mascherato. Questi film erano ispirati dalla Guerra fredda, dal Maccartismo. L’americano non può neanche sentire il termine comunista, quindi meglio celarlo dietro un immaginario visitatore proveniente da chissà quale pianeta. O, altrimenti, i protagonisti erano animali giganti, soprattutto insetti, mutati per gli effetti di scriteriate sperimentazioni nucleari, sempre collegate alla Guerra fredda. Negli anni Sessanta c’è un ritorno all’horror puro, si inizia a saccheggiare Edgar Allan Poe (soprattutto Corman), Ed Wood viene soppiantato da altri registi specializzati nel low budget come Andy Milligan, Al Adamson, autori da circuiti drive-in e grindhouse, hai presente quei cinemetti, intorno a Times Square, che Travis Bickle frequenta, a notte fonda, in “Taxi driver”? E, poi, nasce il genere splatter con Herschell Gordon Lewis, che, forse, non è stato neanche lui il creatore, ma, sicuramente, quello che ne ha tratto maggiore profitto. Si tracciano nuove strade, esordiscono registi come Coppola, Bogdanovich, e George A. Romero concepisce “La notte dei morti viventi”, autentico capolavoro, primo di una lunga serie dedicata agli zombi. In Inghilterra, per risanare l’industria cinematografica, ormai in deficit, si pensa di rielaborare i classici horror gotici della Universal, con i vari mostri, che definirei sacri, come la creatura di Frankenstein, il conte Dracula, la Mummia e altri. Ormai le pellicole sono a colori e registi come Fisher e Francis decidono di osare, grazie anche all’appoggio di una casa di produzione di larghe vedute come la Hammer, inseriscono nei loro film il sangue, a fiotti copiosi, come non si era mai visto prima, e procaci e ammiccanti figliole. La formula si rivela vincente e le sale si riempiono di nuovo. Chiaramente, la censura non ci sta e pone loro vari divieti, catalogati con varie lettere, a seconda della violenza della pellicola. Con “La maschera di Frankenstein”, del 1957, per la regia di Terence Fisher, s’inaugura la grande epopea del cinema horror della Hammer e dell’Inghilterra in generale, che regalerà agli spettatori attori iconici come Christopher Lee, Peter Cushing, o attrici come Barbara Shelley o Barbara Steele. Se ci pensi, Christopher Lee è la risposta inglese all’americano Vincent Price.

I capolavori della Hammer e le produzioni dell’arcinemica Amicus: le nebbie britanniche non hanno nulla da invidiare alla AIP, anzi fanno fruttare la tradizione gotica in maniera squisita. Quali sono i titoli da consigliare a chi è a digiuno della materia?
A.P.: Molti film della Hammer sono ben fatti, soprattutto quelli con protagonista Dracula o il barone Frankenstein. Direi che “La maschera di Frankenstein” e “Dracula il vampiro”, entrambi di Fisher, sono imperdibili. Poi, sono molto interessanti alcuni film di Michael Reeves che, purtroppo, è morto molto giovane lasciandoci una manciata di regie. Di lui consiglio “Il grande inquisitore”. Consiglio, vivamente, l’intera saga del Dottor Quatermass e, poi, quelli che, secondo me, sono due capolavori, “L’occhio che uccide”, di Michael Powell, bistrattato dalla critica per decenni, un film che si presta a tante di quelle riletture che ci si può passare una giornata intera a riflettervi su, e “Repulsione” di Polanski, semplicemente favoloso. Due horror psicologici molto diversi dalle produzioni Hammer.

Lavorare ad un’opera di carattere enciclopedico come questa non dev’essere facile, anche soltanto per stabilire i criteri di selezione. Quali sono i requisiti che un film doveva avere per finire nella trattazione?
A.P.: Doveva essere un b-movie, necessariamente, e cioè un film girato con un budget limitato. L’attenzione è stata maggiore per gli horror e i film di fantascienza, anche perché rappresentavano almeno il novanta per cento della produzione di film low budget del periodo. Certo, ci sono b-movies e b-movies, c’è il regista che, con pochi soldi, realizza qualcosa di incredibile, vedi Polanski, Romero, Carpenter, e chi non riesce a spendere dignitosamente quei quattro soldi che ha a disposizione. C’è stata una giusta rivalutazione del cinema di genere e dei b-movies, però, navigando su Internet si leggono articoli che esaltano anche film terribili, solamente perché il regista, con pochi mezzi, e poco tempo, è riuscito a girarli. Ripeto, c’è b-movie e b-movie. Io li ricomprendo tutti, anche quelli terribili, spesso, per la loro incoerenza e improbabilità, risultano involontariamente divertenti.

Al di là delle più note Hammer e Amicus, quali sono le altre case di produzione specializzate nel genere? Tornano in mente la Tigon, la Caralan Productions, la Charlemagne…
A.P.: Beh, la Tigon, ad esempio, ha prodotto “Il grande inquisitore”, poi “Il buio”, che non è male, “Il killer di Satana”, sempre di Reeves. Per il resto, si può morire senza rimorsi e rimpianti. I film della Caralan sono proprio filmettini… Eccoli i b-movies che non vanno esaltati. Direi che l’horror inglese di quel periodo ha un solo nome: Hammer. Però, quando ero un bambino, io e i miei amici eravamo letteralmente terrorizzati da “Le cinque chiavi del terrore”, una produzione Amicus. Oggi, a rivederlo, sa di molto datato. Del resto, l’horror è in continua evoluzione, di sottogeneri ne sono scaturiti tanti dagli anni Sessanta fino ad oggi. Si potrebbe compilare una lista di una mezza dozzina di pagine.

Ci sarà un volume 4? E se sì quale sarà l’oggetto della sua indagine?
A.P.: Stavo pensando a un volume sui b-movies italiani anni Sessanta, ricomprendendo anche tutti quei film di spionaggio che facevano il verso a James Bond. Per il momento ne ho individuati circa duecento, ma credo siano molti di più. Il problema sarà reperire quelli meno noti per guardarli con attenzione.