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“Pinocchio” di Garrone? Legnoso e disarticolato (ma fedele al romanzo)

L’angolo di Michele Anselmi

A chi si rivolge il “Pinocchio” di Matteo Garrone? Non saprei rispondere. La questione si pose anche per “Il racconto dei racconti”, che voleva piacere al pubblico giovanile dei fanta-kolossal americani e invece dovette accontentarsi di una platea più selezionata/sofisticata, con incassi risicati rispetto al costo dell’impresa. Si dirà: “Pinocchio” è “Pinocchio”, un classico di tutti i tempi, forse il romanzo italiano più noto al mondo, un libro che si presta alle più diverse interpretazioni, tra sociologiche e psicoanalitiche, esoteriche e religiose. Tuttavia bisogna tornare al 1972, alla miniserie tv diretta da Luigi Comencini, per apprezzarne una versione davvero personale. Meglio dimenticare il costoso “Pinocchio” realizzato da Roberto Benigni del 2002, troppo avanti con gli anni il comico toscano per indossare quel vestitino e farsi crescere il naso; in compenso, Benigni torna nella nuova versione di Garrone nei panni di un mastro Geppetto tenero e poverissimo, senza la parrucca gialla da “Polendina”, perfino con un barbone sale e pepe nel finale, una specie di Tom Hanks in “Cast Away”.
Magari bisognava ingaggiare Ugo Chiti, drammaturgo toscano di origini rurali, per riscrivere “Pinocchio” al cinema, tradendo quel tanto che serve per non rifare pedissequamente il romanzo sul grande schermo; invece Garrone firma la sceneggiatura con Massimo Ceccherini, che però è fiorentino, si fece notare con i film di Pieraccioni e di sicuro funziona meglio come attore nel ruolo della Volpe accanto al Gatto di Rocco Papaleo.
Intendiamoci: “Pinocchio”, nelle sale in 600 copie con 01 Distribution da venerdì 19 dicembre, è uno spettacolo sontuoso, meditato in ogni dettaglio, pure attento nell’evitare una visione tutta antropocentrica. Nel libro, pubblicato la prima volta nel 1883, ogni animale ha infatti un suo punto di vista, diciamo pure un suo comportamento, in linea con la propria natura. Sicché Garrone, pur evocando le gloriose illustrazioni di Carlo Chiostri, ricorre ai prodigi attuali del trucco prostetico per non accentuare più di tanto l’effetto antropomorfo, in modo da mantenere il messaggio originale.
La scansione delle avventure, pur tra qualche taglio legittimo (ad esempio non c’è l’episodio del cane Melampo), segue fedelmente la pagina scritta, quasi che Garrone abbia voluto evitare approcci fantasiosi o riletture artificiose, per restare ancorato allo spirito di Collodi. Il che, naturalmente, non impedisce allo spettatore, più il grande che il piccolo, di vedere “Pinocchio” non solo come una favola per ragazzi ma come una sorta di allegoria di una società in bilico tra rispettabilità borghese e libero istinto, tra formalismo e ribellione.
“Che mestiere fa tuo padre?” chiedono a Pinocchio. “Fa il povero” risponde il burattino/marionetta che sin dall’inizio, sia pure non alla maniera di Comencini, sfodera fattezze ed espressioni umane nonostante le venature del legno sul viso e gli snodi delle articolazioni. Il piccolo Federico Ielapi è un Pinocchio un po’ debole sul piano vocale ma fisicamente intonato al registro estetico generale: dove si mischiano dialetti e cadenze, freddo gelido e sole mediterraneo, contadini e pescatori, maiali che grufolano e tonni parlanti, con l’aggiunta di qualche creatura mostruosa alla maniera di Garrone.
Si vede che i produttori, a partire da Raicinema, non hanno badato a spese: dalla fotografia di Nicolaj Brüel alle musiche di Dario Marianelli, passando per i costumi di Massimo Cantini Parrini e il “prosthetic make-up” di Mark Coulier. Non di meno, il film a me appare legnoso e disarticolato, certo accurato nella composizione figurativa, anche suggestivo in alcuni episodi, ma complessivamente senz’anima, diciamo nobilmente illustrativo. Molte le partecipazioni illustri che scandiscono le avventure pinocchiesche: di Papaleo e Ceccherini (il Gatto e la Volpe) s’è detto, Gigi Proietti fa Mangiafuoco, Massimiliano Gallo il direttore del circo più il Corvo, Paolo Graziosi mastro Ciliegia, Marine Vacth la Fata da grande, Davide Marotta il Grillo, Gigio Morra l’Oste, Nino Scardina l’Omino di burro, eccetera.
Ogni tanto, si direbbe, occhieggia qualcosa di Tim Burton, nel clima vagamente dark: del resto anche il regista americano s’è di recente cimentato con un cine-classico per l’infanzia come “Dumbo”.

Michele Anselmi

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