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Pitt astronauta meditabondo nel cuore di tenebra. “Apocalypse Now” docet

L’angolo di Michele Anselmi

È ripartito a mani vuote dalla Mostra veneziana e anche la prima settimana americana non è stata travolgente sul fronte degli incassi (appena 19 milioni di dollari al box-office). Magari, invece, piacerà al pubblico italiano, che lo può vedere doppiato da giovedì 26 settembre.
Trattasi di “Ad Astra” di James Gray, con Brad Pitt protagonista assoluto. Non che sia brutto, si inserisce in quel filone di fantascienza meditabonda, vagamente mistica, solenne, pure un po’ “filosofica”, in voga oggi a Hollywood, e di sicuro la Fox non ha badato a spese nell’apparato spettacolare e negli effetti speciali. Capita a tutte le star di indossare, prima o poi, tuta e casco da astronauta; così, solo per dirne alcuni, dopo George Clooney, Matt Damon, Matthew McConaughey e Ryan Gosling, anche Pitt si fa lanciare nello spazio profondo e remoto, alle estremi propaggini del sistema solare.
Gray immagina un futuro piuttosto ravvicinato nel quale la Terra è minacciata da devastanti picchi elettrici che arrivano da lontano, forse dal pianeta Nettuno, con effetti letali sul nostro sistema solare.
E se fosse colpa dell’uomo ingordo e colonialista? Anni prima il “Progetto Lima”, un’ambiziosa missione su Nettuno affidata al super-astronauta Clifford McBride, finì con la scomparsa di tutto l’equipaggio. Ma adesso uno strano segnale che arriva da laggiù dice il contrario, sicché il figlio di McBride, Roy, un altro campione del ramo appena scampato a una spaventosa caduta da un’antenna gigantesca, è incaricato di raggiungere Marte, dove c’è una base americana, e da lì Nettuno, a 2.714 miliardi di miglia dalla Terra, per neutralizzare il genitore forse trasformatosi in una specie di colonnello Kurtz di conradiana memoria. Non a caso Grey cita “Apocalypse Now” di Coppola tra i suoi modelli, e naturalmente “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick. Il tutto impacchettato in una prodigiosa confezione: tra meravigliosa, realistica e terrificante.
“Per aspera ad astra”, cioè “attraverso le asperità fino alle stelle”, dicevano i latini (così si spiega il titolo semplificato del film). Brad Pitt fa di Roy un moderno eroe delle galassie, capace di assoluto sangue freddo ma anche lambito da una malinconia densa, quasi disperata, che deve misurarsi con le utopie del padre visionario, incarnato dal barbuto Tommy Lee Jones, e con la propria anaffettività sentimentale. C’è una frase chiave in “Ad Astra”: “Non hai fallito, ora sappiamo che ci siamo solo noi”. Tradotto volgarmente: alla resa dei conti meglio restare coi piedi ben piantati per Terra e godersi le gioie offerte dal vecchio pianeta.
Fitto di partecipazioni illustri, da Donald Sutherland a Liv Tyler, lungo oltre due ore, “Ad Astra” non rinuncia a qualche incongruenza narrativa, in favore di una chiave a tratti metafisica, e certo l’esibita allegoria del cordone ombelicale (occhio al finale) appartiene alla poetica cinematografica e ai tormenti esistenziali del regista di “Little Odessa”.

Michele Anselmi

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