L’angolo di Michele Anselmi

Ecco un modo non formale per celebrare il Giorno della Memoria, che cade ogni anno il 27 gennaio: andando a vedere “Hometown – La strada dei ricordi”, da oggi mercoledì 25 in un centinaio di sale italiane, neanche poche. È un documentario polacco costruito attorno a un viaggio strano, fortemente simbolico, anche toccante: il ritorno a Cracovia del regista Roman Polanski (oggi 89) e del fotografo Ryszard Horowitz (oggi 83) per una sorta di pellegrinaggio nei luoghi della loro infanzia. L’hanno diretto Mateusz Kudla & Anna Kokoszka-Romer, mettendosi affettuosamente al servizio dei due amici artisti; coproduce Luca Barbareschi in collaborazione con KRK Film, Sky, Vision Distribution ed Europictures; dura circa 75 minuti: il giusto.
Premessa: entrambi, da ragazzini, furono segnati dall’infame “caccia all’ebreo” scatenata dai nazisti. Polanski si ritrovò da solo, i genitori deportati nei lager in tempi diversi, quindi costretto a scappare in campagna dove fu protetto per anni da una povera famiglia di contadini cattolici, i Buchała; Horowitz fu avviato ad Auschwitz insieme alla sua famiglia e solo grazie all’intervento di Oskar Schindler, sì quello del film di Spielberg, tutti sopravvissero e tornarono a casa.
Il film impiega un po’ per addentrarsi in quei ricordi dolorosi, a lungo rimossi, quasi cancellati dalla memoria, ma presto, complici le lunghe passeggiate per una Cracovia così cambiata rispetto agli anni Trenta e Quaranta, l’incubo riaffiora, a ciglio asciutto, a volte anche con un sorriso, e sta qui la forza di “Hometown”.
I due ottantenni, più giovanile Polanski, più acciaccato Horowitz, nel contatto con la città natia via via si immergono nella propria infanzia, recuperando episodi gioiosi e sofferenze devastanti, ma pur sempre felici di essere ancora vivi, fors’anche di aver lasciato rispettivamente un segno nel mondo del cinema e della fotografia.
“Dicevano che ci portavano a Est, a lavorare, come se gli ebrei non lavorassero” scandisce Polanski, che per un miracolo non si ritrovò su quei treni blindati verso le camere a gas. “Che giocattoli avevate ad Auschwitz?” si sentì chiedere Horowitz, marchiato BI 444 38 nel lager, da un ignaro bambino americano, tanti anni dopo.
Consola vedere come il contatto con Cracovia, intendo le vie, le piazze, la sinagoga, il cimitero, un vecchio cinema, un teatro, il quartiere che fu trasformato in ghetto ebraico alzando dei muri, faccia infine scendere un po’ di quiete sull’animo ulcerato dei due, anzi riportando sui loro visi una specie di sorriso.

Michele Anselmi