L’angolo di Michele Anselmi

Debbo una precisazione al collega Fabio Ferzetti. Come qualcuno certamente ricorderà, il 7 settembre scorso, presentando in conferenza stampa alla Mostra di Venezia “Il signore della formiche”, Gianni Amelio se la prese pubblicamente con il critico di “L’Espresso”. Senza spiegare l’oggetto dello scontro verbale, disse testualmente a Ferzetti nella sorpresa degli astanti: “Sei un professionista da decenni e sai che se scrivi una cosa così dentro un pezzo, poi finirà nel titolo. E il tuo titolo era in-fa-me, per cui scusami, ma non ti rispondo. Scusate, ma certe libertà voglio prendermele, ho cancellato il tuo numero e non voglio avere rapporti con te per la vita, il tuo giornale faceva bene a mandare qualcun altro”.
L’attacco personale ebbe una discreta risonanza mediatica, anche se nessuno, lì per lì, comprese bene il motivo del contendere. Si scoprì poi che Amelio ce l’aveva con Ferzetti a causa di una recensione di oltre due anni e mezzo prima sul precedente film “Hammamet”. La frase della recensione finita nel titolo, peraltro non redatto dal collaboratore, sarebbe stata: “Un grande Favino, un piccolo film”. Scopro ora, essendomi casualmente passato sotto gli occhi quel ritaglio di giornale, che nel pezzo “incriminato” non c’era scritto nulla del genere. Quindi Ferzetti era ed è, se possibile, ancora più innocente. Ripeto la domanda posta allora criticando la sortita del regista che pure molto ammiro per alcuni dei suoi film, a partire da “Porte aperte”. Ha senso tutto ciò? No, neanche un po’.
Qui di seguito quanto scrisse Ferzetti nell’articolo “esecrato”.

Michele Anselmi

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■ di Fabio Ferzetti per “L’Espresso” (12 gennaio 2020)
Il vecchio carrarmato è arenato nella sabbia africana dai tempi dell’ ultima guerra. Imponente ma inoffensivo, trasmette una hybris luciferina e insieme una solitudine definitiva, minerale. Insomma è la perfetta metafora di quell’uomo malato e costretto all’autoesilio, un esilio che molti chiamano fuga. Così, davanti a quel residuato bellico il Presidente (nel film Craxi resta innominato) decide di parlare. Di raccontare tutto a quel ragazzo venuto da lontano per ucciderlo (Luca Filippi), a cui però non può non voler bene. Perché gli ricorda se stesso da giovane. Perché è il figlio di un vecchio compagno suicida (memorabile Giuseppe Cederna) che aveva intuito fin dall’inizio come sarebbe andata a finire. Perché ha occhi da angelo vendicatore e una pistola nello zaino. Oltre che una videocamera con cui riprende l’ ex-leader. Anche se non sapremo mai cosa questo gli dica.
In “Hammamet” infatti Amelio non vuole fare cronaca e neppure fantacronaca, bensì reinventare – poeticamente – gli ultimi mesi di un colosso caduto. Con poche concessioni alla scena politica di quegli anni (il 49° congresso del Psi, con lo schermo triangolare di Panseca un po’ Star Trek e un po’ Scientology). E molte scene che ricreano in chiave intimista la parabola del grande decisionista. Per cui Sigonella diventa un gioco di soldatini del nipotino, Tangentopoli una macchinazione, il Raphaël uno spauracchio agitato dai turisti. E Berlusconi appare solo in un vecchio tg, come un rimorso.
Per alludere ai danni provocati dalle tv del Cavaliere, meglio una scena da “Secondo amore” di Douglas Sirk. Anche se sarà proprio un varietà stile Mediaset, beffarda nèmesi, a uccidere il Presidente. Il quale però, malgrado la superba prova di Favino e di tutto il cast, resta sempre un poco astratto. Un concentrato di grandezza e bassezze destinato a scontrarsi, come re Lear, con la figlia che vuole aiutarlo (Livia Rossi), o con l’ ex compagno che ha deciso di collaborare coi giudici (Renato Carpentieri). E magari a sognare, fellinianamente, il padre scomparso (Omero Antonutti, alla sua ultima apparizione purtroppo). Ma anche a restare ostaggio di un film sempre un po’ troppo obliquo e calcolato per avvincere.
Raccontare Craxi senza il craxismo era un’idea seducente. Ma per farne un personaggio a tutto tondo la cornicetta del discolo in collegio non può bastare.