Pubblicato nel 1825, “La vampira ossia la vergine d’Ungheria” del barone Étienne-Léon de Lamothe-Langon rappresenta un punto di svolta fondamentale per la letteratura gotica europea. Molto prima che “Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu (1872) e “Dracula” di Bram Stoker (1897) codificassero il mito del succhiasangue, Lamothe-Langon portava sulla pagina una delle primissime incarnazioni al femminile del vampiro, regalando al pubblico una protagonista sfaccettata, tragica e spaventosa al tempo stesso.
A duecento anni dalla sua prima apparizione, per Edizioni Oblivium, il romanzo arriva per la prima volta in Italia in traduzione integrale grazie al lavoro di Enrico De Luca, professore a contratto presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Attraverso un attento recupero filologico che rispetta la sintassi e la patina linguistica del primo Ottocento, questa pubblicazione restituisce agli studiosi e agli appassionati un tassello essenziale, ma ingiustamente dimenticato del genere.
Nell’intervista che segue, De Luca ci guida alla scoperta di Alinska — la fascinosa e vendicativa revenant protagonista dell’opera —, esplorando l’impatto del mito del vampiro nella Francia dell’epoca, le dinamiche del mercato editoriale del XIX secolo tra plagi e riscritture, e l’importanza di restituire valore alla letteratura di consumo del passato.

“La Vampira ossia la vergine d’Ungheria” esce nel 1825, anticipando di molti decenni “Carmilla” di Le Fanu e “Dracula” di Stoker. In che modo la figura di Alinska si distingue dai canoni classici del vampirismo ottocentesco e quale apporto dà alla caratterizzazione della figura femminile nel primo gotico europeo?
Enrico De Luca: Alinska è un personaggio che mi ricorda, per certi aspetti, la protagonista della “Sposa cadavere” (“La Morte Fiancée”), uno dei racconti tedeschi di Apel e Schulze che fu tradotto egregiamente in francese da Eyriès e inserito in “Fantasmagoriana” (1812), raccolta che ebbe ampia diffusione in Europa («Alcuni volumi di storie di fantasmi tradotti dal tedesco in francese, ci capitarono fra le mani» scrisse Mary Shelley nella prefazione all’edizione del 1831 di “Frankenstein”). Come lei Alinska è una revenant, e come lei ritorna dalla morte per vendicare un giuramento d’amore non mantenuto e per punire lo spergiuro – tratto che la ricollega anche alle protagoniste dei poemi “Lenore” (1774) di Bürger e “La fidanzata di Corinto” (1797) di Goethe. Eppure Alinska, malgrado le sue turpi azioni, è un personaggio che in qualche modo ispira, soprattutto sul finire della storia, una certa empatia, perché più che carnefice si ritrova a essere una vittima, sia dello sconsiderato agire umano sia di una possanza sovrumana cui si è votata e che non le consente di porre freno alle sue implacabili azioni. Ci sono poi alcuni particolari nella descrizione fisica di questa vampira “delle origini”, come la mano scheletrica guantata, che curiosamente mi fanno ritornare alla mente Emily, la protagonista della “Sposa cadavere” di Tim Burton, pure lei legata al principio veterotestamentario della vendetta.

Nell’introduzione sottolinei come l’opera sia nata sulla scia del successo ottenuto in Francia dalla traduzione del “Vampiro” di Polidori nel 1819. Qual è stato l’impatto di quel testo sulla letteratura francese dell’epoca e come Lamothe-Langon rielabora quella suggestione?
E. DL.: L’impatto mi risulta essere stato immediato e di una certa entità, visto che già nel 1820 apparve “Lord Ruthwen, ou Les vampires”, attribuito a un misterioso C.B. (sotto il quale si celava Cyprien Bérard, amico di Nodier) e pubblicato da Charles Nodier, inoltre proprio quest’ultimo aveva fatto rappresentare nel giugno del 1819 al teatro della Porte Saint-Martin, e l’anno seguente stampare in volume, il melodramma “Le Vampire”, e nel 1821 aveva dato alle stampe “Smarra” (il cui sottotitolo recita “i demoni della notte”). Suppongo che Lamothe-Lagon ebbe modo di conoscere questi precedenti, ma fu uno dei primi, se non il primo, che usò il termine vampiro al femminile e che scelse una donna per interpretare tale ruolo. Dopo l’uscita della Vampira, l’entusiasmo verso i vampiri, ma soprattutto verso le vampire, non andò scemando come dimostrano Gautier (“La morte innamorata”, 1836) e Dumas padre (“La bella vampirizzata”, 1849).

Il barone Etienne-Léon de Lamothe-Langon è stato un autore estremamente prolifico, capace di intercettare i gusti del pubblico ed esperto in mistificazioni e falsificazioni storiche, per poi essere a lungo dimenticato. Come si spiega questo alternarsi di grande fortuna commerciale ed eclissi critica?
E. DL.: Quello di Lamothe-Langon non è l’unico caso di eclissamento dopo lunga e duratura fortuna, in questo caso fortuna più di pubblico che di critica, la quale molto raramente s’interessava (e s’interessa) in maniera scrupolosa di letteratura popolare e di consumo. Mi vengono in mente altri nomi che hanno subito la medesima sorte, ma ne faccio a titolo esemplificativo uno soltanto, quello di una scrittrice britannica, particolarmente famosa e apprezzata alla sua epoca, anche da critici e scrittori, e oggi completamente dimenticata – pensate, in Italia non è mai arrivata prima di tre anni or sono, quando decisi di tradurre due suoi romanzi “Il piccolo Peter” e “La barriera senza cancello”, mi riferisco a Lucas Malet (alias Mary St Leger Kingsley). In molti casi si tratta di dinamiche non facili da spiegare, almeno io non mi ritengo in grado di farlo, ma azzarderei supporre che potrebbero essere legate all’avvicendarsi incontrollabile di mode ostili verso un certo tipo di letteratura.

Spieghi come “La vampira” sia stata successivamente plagiata in area tedesca (ad esempio da Theodor Hildebrand con “Der Vampyr”). Quanto era diffusa la pratica del riuso non autorizzato nel mercato editoriale di primo Ottocento e come ha influenzato la trasmissione del testo?
E. DL.: La pratica della riscrittura, è risaputo, affonda le sue radici nei tempi antichi, tuttavia nel nostro specifico caso ci troviamo al cospetto di un vero e proprio plagio del quale mi risulta che nessuno si sia avveduto, tributando a questo pittoresco personaggio tedesco qualità e priorità che di fatto, con buona probabilità, non possedeva. Alla luce di quanto ho avuto modo di segnalare, voglio sperare che la vasta produzione di Hildebrand venga vagliata scrupolosamente affinché possa essere verificato che non sia interamente frutto di riscritture banalizzanti come quella della “Vampira” di Lamothe-Langon. La pratica del plagio nel mercato editoriale del XIX secolo (e non solo) è stata una piaga assai comune contro la quale combatterono, spesso invano, anche autori italiani.

Metti in evidenza la scelta di mantenere sintassi e termini dell’epoca evitando ammodernamenti o banalizzazioni. Quali sono state le sfide principali nel rendere in italiano la prosa di Lamothe-Langon senza tradirne il sapore originario?
E. DL.: Essendo “La vampira” un testo dei primi anni del XIX secolo, caratterizzato da una serie di stilemi tipici di un certo tipo di narrazioni rivolte a un ampio pubblico, nella mia versione sono state mantenute il più possibile le peculiarità sintattiche, espressive e interpuntive del testo originale, scegliendo taluni termini volutamente, ma moderatamente, «arcaicizzanti» che non dovrebbero apparire poi tanto peregrini in un testo che è stato scritto duecento anni fa.

Questo volume porta per la prima volta in Italia la traduzione integrale di un tassello fondamentale per la storia del genere. Qual è il valore di questa riscoperta per i lettori e gli studiosi di oggi e quali altri testi del gotico francese ‘dimenticato’ meriterebbero una simile riappropriazione?
E. DL.: Personalmente spero che “La vampira” possa entrare presto nei repertori e negli studi che si occupano del vampirismo letterario, di certo la riscoperta di questo romanzo dovrebbe sollecitare un aggiornamento di quello che si è detto finora, e non è da escludere che presto o tardi possa venir fuori qualche altro tassello che modifichi e rettifichi ulteriormente le informazioni attualmente in nostro possesso. Concludo con un’anticipazione: sto curando un’edizione di un altro testo di Lamothe-Langon, una poderosa raccolta di storie di fantasmi pubblicata nel 1828 con il titolo di “Souvenirs d’un fantôme”.