L’angolo di Michele Anselmi

Al di là delle frasi a effetto che si snocciolano nelle conferenze stampa, tipo questa: “È un film sull’assenza, di una persona e di Dio”, che cosa vuole dirci davvero Alessio Cremonini con il suo “Profeti”? Nelle sale con Lucky Red da giovedì 26 gennaio, l’opus n.3 del regista romano, classe 1973, dopo lo sfortunato “Border” e l’applaudito “Sulla mia pelle”, racconta un’altra reclusione, un po’ speciale.
Nord della Siria, 2015, quando l’Isis aveva istituito il suo feroce “Califfato”. Una giovane fotoreporter italiana, Sara, forse di origine ebraica, di stanza al Cairo, viene catturata dai lugubri mozzateste insieme al suo cameramen e a due guardie del corpo.
La sua colpa? Aver curiosato in una chiesa cristiana devastata dai miliziani islamisti, filmando affreschi scrostati con sopra la scritta “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah”; ed eccola sequestrata in un capannone sgarrupato: una coperta sopra la testa per annullarne le difese, a mo’ di burka, cibo pessimo, condizioni igieniche inesistenti, un capo barbuto che si rivolge a lei in inglese trattandola da spia.
“Non puoi cantare, non puoi imprecare, non puoi pregare il tuo Dio” intima il tagliagole. Solo che lei non crede in Dio. Anche per questo, forse, viene avviata in un fortilizio dell’Isis dove vivono alcune donne, tra le quali Nur, giovane sposa del guerriero Abdullah, una “foreign fighter” venuta da Londra per combattere gli “infedeli”. Sara è affidata a lei, perché rinunci alla propria natura di donna occidentale, si converta all’Islam e magari sposi uno di quei soldatacci.
“Profeti” è un titolo allusivo, che lavora per antifrasi, in fondo non ben chiarito dal film scritto dallo stesso Cremonini insieme a Monica Zapelli. Lungo i 140 giorni di quella strana prigionia, rinchiusa in casa sotto la sorveglianza discreta di Nur, dormendo e mangiando con lei, la prigioniera vedrà vacillare alcune delle proprie sicurezze di donna “moderna”, disinibita, indipendente. Fino a decidere di…
Cronaca e romanzo si mischiano in questo “corpo a corpo” femminile che descrive la suggestiva fascinazione della confessione musulmana su donne occidentali poco abituate, per fortuna, a “sottomettersi”: agli uomini e alla parola divina del Profeta. Sara resiste, si fa furba, smussa alcuni angoli, ma c’è qualcosa che la turba nella soave calma di quella coetanea, benché a un passo da lei gli islamisti crudeli ardano vivi i poveretti affamati dentro una gabbia di ferro.
Cremonini non è nuovo a questi argomenti, infatti contribuì a scrivere “Private”, il debutto di Saverio Costanzo ambientato in una casa palestinese occupata da soldati israeliani. Lì venne ricreato tutto in Calabria, stavolta è la Puglia, dalle parti di Gravina, a travestirsi da Siria, con qualche approssimazione negli interni della casa. Barbarico fanatismo islamista e dolce dedizione alla fede musulmana si mischiano nel personaggio di Nur, con effetti inattesi sull’infragilito ateismo della giornalista. “Non parli arabo, non credi in Dio e pensi di aver capito tutto e di poter spiegare questa guerra?” la frase chiave (o presunta tale).
Jasmine Trinca e Isabella Nefar sono Sara e Nur, le due antagoniste destinate a rispecchiarsi un po’ l’una nell’altra. Ciò detto, non si capisce bene quanto sia sentita o strumentale la possibile conversione, e sta qui, forse, il vero difetto drammaturgico di un film severo, ben recitato, pure un po’ tedioso, con poca musica, a parte qualche brano del violoncellista William Butt che fa “solenne”. Ho visto la versione parlata in arabo e inglese, con i sottotitoli, l’unica che abbia un senso al cinema se si vuole dare un po’ di credito alla vicenda narrata.

Michele Anselmi