L’angolo di Michele Anselmi

Vengono dall’Africa, vivono in Belgio, ma se c’è da cantare una canzone al karaoke, magari per tirare su qualche euro nel ristorante italiano, intonano “Alla fiera dell’Est” di Angelo Branduardi. Perché proprio quella? L’hanno imparata in un centro di prima accoglienza, probabilmente a Lampedusa, da una certa Paola. Il 24 novembre, con Lucky Red, esce nelle sale italiane “Tori e Lokita”, il nuovo film dei fratelli Dardenne, Premio speciale a Cannes 2022. E il caso vuole che dentro, intendo nella storia pensata dai due cineasti di Liegi, ci sia parecchia Italia. Non saprei dire se i due migranti africani, Tori di 12 anni, Lokita di 16 e qualcosa, possano essere considerati “carico residuale”, come piace dire al nostro nuovo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi; ma so che strada facendo i due personaggi, inventati con l’occhio a fosche cronache migratorie (troppi minori scompaiono nel nulla), diventano persone, in modo che lo spettatore venga totalmente immerso nella loro aspra vicenda.
Oggi nella Capitale per il debutto della cine-rassegna loro dedicata (10-17 novembre, Roma, Milano, Torino e Bologna), Jean-Pierre e Luc Dardenne tengono subito a dire che Tori e Lokita, i nomi vanno pronunciati con l’accento sulla i e sulla a, “non sono simboli, non rappresentano una comunità o il mondo dei migranti africani: semplicemente sono individui che volevamo raccontare, in modo che il pubblico se li sentisse vicini, provasse affetto e compassione”.
Solo dodici lungometraggi dal 1987 a oggi, tra i quali “Rosetta” e “Un figlio”, a dirci come siano meditate, precise, le scelte compiute dai due fratelli nella direzione di un cinema “alla” Ken Loach ma meno ideologico: quindi severo sul piano stilistico, di piglio quasi documentaristico (in verità molto scritto e per niente improvvisato), fortemente legato alla realtà sociale belga, con un occhio speciale agli ultimi, agli sfortunati, ai non garantiti.
“Tori e Lokita” conferma, a mio parere, il talento dei due. I quali non si atteggiano a vittime, e anzi ricordano che trovare i fondi per fare i loro film non è un problema, certo sperando di raggiungere ogni volta un pubblico il più largo possibile, sensibile alle storie pensate.
Incarnati da Pablo Schils e Joely Mbundu, scelti attraverso classici provini e diventati attori girando il film, Tori e Lokita si atteggiano a fratelli, anche se lui viene dal Benin e lei dal Camerun. L’equivoco sarà sciolto sotto in sottofinale, benché sin dalla prima inquadratura si capisce che qualcosa non torna.
Eppure i due, forse conosciutisi su un barcone attraversando il Mediterraneo alla volta dell’Italia, hanno bisogno di sentirsi parenti, pure per una questione pratica, legale. Tori ha ottenuto i documenti, essendo considerato un “bambino stregone”, cioè esposto a persecuzioni in patria; Lokita è in attesa di averli per fare la domestica, e quindi deve dimostrare di aver ritrovato il fratello in un orfanotrofio dopo varie peripezie.
Il film racconta a cigolio asciutto quest’amicizia fraterna, all’insegna di un mutuo e tenero sostegno, anche degli espedienti illegali praticati dai due per guadagnare qualche soldo. Di fatto spacciano erba per conto di un cuoco bosniaco, ogni sera, raggiungendo i clienti nelle loro case prima di rientrare alle 22 nel centro d’assistenza che li accoglie.
Nessuno è buono in questa storia, anzi sono tutti feroci, implacabili: i bianchi che sfruttano i due “fratelli”, pure imponendo a lei, per 50 euro, qualche servizietto sessuale; i neri che trafficano con i migranti, bazzicando una chiesa evangelica, pronti a torchiare Lokita per via dei 600 euro ancora da ricevere. Il debito spinge la ragazza a fare “la giardiniera” in una fabbrica clandestina di marijuana, praticamente sequestrata e separata dal mondo, in modo da curare notte e giorno la crescita artificiale delle piante. E a quel punto…
Con gli anni i Dardenne hanno reso meno punitivo il loro stile, un tempo definito “nuchista” per via della macchina a mano nervosa, sempre incollata sulle nuche dei personaggi. Se la messa in scena s’è fatta più fluida, anche semplice, resta il rigore estremo nell’uso solo di musica diegetica, cioè proveniente dall’interno delle scene, e s’impone ancora una volta quella sorta di “umanesimo integrale” che non cerca la commozione facile, semmai uno sdegno partecipe, misericordioso.

Michele Anselmi