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Quando eravamo fratelli. Se questa è una famiglia

Una madre depressa, asfittica e incapace di dare amore. Un padre assente e totalmente incurante dei tre figli, Manny, Joel e Jonah, piccoli delinquenti di un paesino di campagna dello Stato di New York trasformato in una favela. Chi la vorrebbe una famiglia così? Con tre bambini privi di affetto che trascorrono le giornate nei modi più disparati, rubando in un supermarket o giocando in una pozza di fango? Vedere il lentissimo, ma delicato e profondo “Quando eravamo fratelli”, diretto da Jeremiah Zagar e vincitore della passata edizione del Sundance Film Festival, fa riflettere soprattutto sul significato della famiglia e sul senso di averne una di questo tipo.

Guardando questa pellicola c’è da chiedersi, infatti, dov’è la famiglia? La famiglia intesa principalmente come agenzia primaria di socializzazione e finalizzata a definire e a forgiare le caratteristiche dell’individuo? Dov’è la mamma quando i tre bambini delinquono nel negozio e quando si sporcano nel fango? Che senso può avere la maternità se i figli sono bramosi di amore e alla ricerca costante di affetto? Scrivo quest’articolo mentre si celebra la Festa della mamma e mi domando proprio come si possano partorire tre bambini e poi lasciarli gironzolare come novelli accattoni senza proteggerli. I primi e primissimi piani sono finalizzati soprattutto a mostrare i grandi occhi neri di tre bambini: tre anime in cerca di amore. Ad impreziosire la pellicola è soprattutto la performance dei tre piccoli interpreti, attori alla loro prima esperienza sul grande schermo, pensati dagli autori “come un’unica entità con tratti intercambiabili”.

Dal 16 maggio al cinema “Quando eravamo fratelli”, trasposizione cinematografica di “Noi, gli animali”, romanzo d’esordio di Justin Torres: un affresco hippie sulla famiglia che, pur difettando in lentezza, offre un altro ritratto di famiglia tristemente precaria ed attuale.

Alessandra Alfonsi

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