In libreria per Sensoinverso edizioni, “Fazzoletti e cinema. La vera storia del Lacrima Movie italiano” di Gordiano Lupi fa chiarezza sul lacrima movie, un genere amato dal pubblico quanto odiato dalla critica. Il film tipo per eccellenza di questo genere tutto italiano, che trova in “L’ultima neve di primavera” il suo esempio più compiuto, vede come conseguenza di una storia drammatica la morte di un bambino, raramente si salva (“Bianchi cavalli d’agosto”), anche se rientrano nel genere anche i film dove a morire è una ragazza dopo lunga malattia (“Dedicato a una stella”)… Ne abbiamo parlato con Lupi.

In “Fazzoletti e cinema. La vera storia del Lacrima Movie italiano” stabilisce dei confini, ad esempio non tutto ciò che è patetico è “lacrima movie”. Nucleo vero del genere sono quei film in cui la malattia o l’incidente, specialmente di un bambino, diventano l’ingranaggio centrale della storia… Possiamo parlarne?

Gordiano Lupi: Tecnicamente è così. Il vero lacrima movie, per definizione, è quello in cui c’è la malattia (anche l’incidente) del bambino e (di solito) la morte. Tutto il resto non è lacrima movie, pur se cinema patetico, lacrimevole, straziante… Nel libro parlo anche di altre tipologia melodrammatiche, accenno alle canzoni che diventano cinema strappacuore e ad alcuni lavori che sono pura eredità del melodramma. Ho messo anche pellicole importanti come Incompreso (grande cinema), “L’albero di Natale” e “Love Story”, che anticipano il fenomeno ma non ne fanno parte.

Il piccolo Renato Cestiè è il “bambino simbolo” di questa stagione cinematografica. Cosa rendeva la sua maschera, bionda e sorridente, così efficace da diventare l’archetipo dello sfortunato protagonista di film come “L’ultima neve di primavera”?

G.L.: La dolcezza dei tratti, il volto da bambino buono, era perfetto per quel ruolo, anche se ha fatto altro nel cinema, ma non con la stessa credibilità che ha avuto nelle pellicole melodrammatiche. L’ultima neve di primavera è uno dei migliori film del lacrima, lo ricordo con affetto, anche se quando uscì al cinema fui costretto dalla situazione contingente ad andare a vederlo. Crescendo l’ho rivisto più volte, con commozione, non solo per il film, anche per una giovinezza perduta.

Descrivi i lacrima movie come dotati di una “grande cura formale”, citando la fotografia flou, le musiche di Micalizzi o Cipriani e le ambientazioni spesso borghesi o rarefatte. Si potrebbe obiettare che si tratta di una forma di “cinema alto” mascherato da prodotto popolare?

G.L.: Non direi proprio, è cinema di serie B a tutti gli effetti, fa leva sui sentimenti più diretti dell’animo umano, prossimi alle regioni del cuore. Il genere tocca le corde paterne e materne di ogni spettatore, solletica la voglia di piangere per esorcizzare un possibile dolore. Quei film sono stati una moda passeggera, un fenomeno di costume, hanno caratterizzato parte di un’epoca, hanno segnato la mia giovinezza, quando li rivedo sono madeleines allo stato puro. Va da sé che erano realizzati bene, da veri professionisti, sia da un punto di vista tecnico che della recitazione.

Non risparmi stoccate alla critica del tempo (e attuale) che spesso ha ignorato o liquidato queste pellicole con sufficienza. Da cosa nasce(va) questo pregiudizio ideologico verso un genere che, invece, parlava e forse parla ancora così profondamente al Paese?

G.L.: Il pregiudizio nasceva da una critica che “se non vedeva mondine o partigiani stroncava il film”, per dirla con Lucio Fulci. Ora, io amo con tutto me stesso il neorealismo, ho visto diverse volte “Riso amaro” (melodramma puro!), sono un cultore del cinema alto, apprezzo Fellini, Antonioni, Pasolini…, ma non vedo perché non debba esistere una produzione “di genere”. Al tempo si stroncava per principio tutto quello che era commedia, horror, thriller, erotico… Perché il lacrima movie avrebbe dovuto avere una sorte diversa? Ed è stato così che ci siamo giocati il melodramma, mentre altri paesi lo fanno ancora, rivitalizzandolo in salsa contemporanea. Basti vedere la Spagna con Pedro Almodovar.

“Fazzoletti e cinema” traccia un arco che va dai feuilleton della Invernizio fino al “cinema del dolore” di Nanni Moretti. Credi che film come “La stanza del figlio” siano i veri eredi contemporanei del lacrima movie, o si è persa quell’innocenza melodrammatica degli anni Settanta?

G.L.: Se ci sente Nanni Moretti ci mette in un film come ha fatto con i critici che hanno scritto cose assurde sul suo cinema. Non lo diciamo nemmeno per scherzo! “La stanza del figlio” – pur avendo i requisiti tecnici del lacrima movie – è puro melodramma sulla metabolizzazione del dolore. Un tentativo, caso mai, di recuperare la tradizione del cinema drammatico che tanto manca su grande schermo. Ho inserito quel capitolo finale su Nanni Moretti e il suo cinema del dolore come una sorta di provocazione, anche per tracciare una linea di demarcazione, soprattutto per definire quel che resta della tradizione melodrammatica