L’Irish Film Festa 2022, nella seconda giornata del 22 maggio alla Casa del Cinema di Roma, ha portato all’attenzione del pubblico quella che potrebbe essere definita la vera essenza della filmografia irlandese, ossia il cinema in lingua gaelica. Le due pellicole proposte dalla creatrice dell’evento, Susanna Pellis, in collaborazione con l’Irish Film Institute hanno aperto una finestra su un nuovo mondo, un cinema la cui forza si palesa in una lingua melodica e antica, capace di raccontare un’Irlanda nascosta. Le scelte in questione sono “Róise & Frank” di Rachael Moriarty e Peter Murphy e “Foscadh” di Seán Breathnach. I film rappresentano per quanto riguarda temi, stili e generi due esperienze tra loro completamente diverse, legate però da un comune denominatore, ossia la performance attoriale di Cillian O’Gairbhi, che in entrambe le opere risulta capace di conferire alla narrazione una forte spinta emotiva, dimostrando grande versatilità nelle sue interpretazioni. L’attore è stato ospite durante le anteprime, raccontando parte del suo percorso e della sua formazione e condividendo inoltre le esperienze che lo hanno portato ad accettare in entrambe le pellicole ruoli così diversi l’uno dall’altro.
Nel caso di “Róise & Frank” si assiste ad una commedia familiare densa di umorismo, ma allo stesso tempo capace di trattare il tema del superamento della perdita dei propri cari. La storia racconta le vicende di una vedova, Ròise, che crede di aver trovato in un cane la reincarnazione di suo marito. I tratti umoristici della vicenda si palesano nella condivisione delle credenze della protagonista con il resto degli abitanti della cittadina in cui si svolgono i fatti. Cillian O’Gairbhi interpreta il figlio della protagonista, un personaggio dai tratti cinici, un uomo di scienza, incapace di credere alla reincarnazione o alle parole della madre e proprio per questo ben inserito nella storia come contrappeso razionale alla natura romantica di Ròise.
Con “Foscadh” si entra in un reame visivo profondo ed inquieto, caratterizzato da una forte componente drammatica. Seán Breathnach è stato capace di raccontare il disagio sociale di un giovane pastore irlandese delle montagne del Connemara incapace di rapportarsi con i coetanei. Tutte le componenti che caratterizzano l’isolamento, l’alienazione e la follia di un giovane uomo privo di socialità o affetti sono ben rappresentate. La narrazione dal punto di vista visivo offre degli spaccati oscuri di una vita solitaria, al limite di una condizione sociopatica, nata in seguito alla perdita del giovane dei suoi genitori. La dimensione domestica è onnipresente in tutta la storia, proponendo un contrasto tra le riprese in interni e quelle in esterni, dove le prime offrono allo spettatore la percezione di un ambiente claustrofobico, con stanze piccole e stretti corridoi, mentre le altre tramite campi lunghi e riprese aeree fanno riferimento alla vastità del paesaggio, una terra verde che sembra quasi infinita e dove la vita umana è scarsa o assente. La sfida principale del protagonista è la crescita con il conseguente distaccamento dal nido familiare. Ritorna in questa pellicola a bilanciare la natura del protagonista, interpretato da Dónall Ó Héalai, un personaggio interpretato da Cillian O’Gairbhi. Il duo ha offerto al pubblico una dimostrazione di sinergia e forza drammatica nel legame di amicizia a tratti grottesco che ha voluto presentare. L’opera si configura dunque come un viaggio all’insegna della crescita, con una solitudine e un silenzio, capaci di intrigare ed affascinare lo spettatore.

Giordano Xefteris