“Colpo d’osceno. Autori e personaggi del fumetto horror erotico italiano”, in libreria per i tipi di Cut-Up Publishing, analizza, approfondisce e categorizza un bacino della cultura italiana che la critica letteraria e d’arte ha sempre ignorato. Anche soltanto per questo il volume è la strenna natalizia perfetta per gli amanti dell’arte e della trasgressione (non soltanto dei codici). Se a firmarlo è Davide Barzi, scrittore, sceneggiatore e storico del fumetto tra i più acuti, allora, la sua lettura si impone di diritto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Da storico dei fumetti di vaglia quale sei, qual è il motivo principale della sistematica rimozione del genere?
Davide Barzi: In Italia abbiamo sempre avuto dei grossi problemi con i “contenuti forti” (rapportati al periodo, sia chiaro): nel libro “Le Regine del Terrore – Le ragazze della Milano bene che inventarono Diabolik” ho raccontato in lungo e in largo la crociata senza sosta che dal 1965 il Dott. Comm. Francesco Novello”, Procuratore della Repubblica di Lodi, mette in atto contro i fumetti neri. Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon, dall’anno seguente, si inseriscono nel solco di quel tipo di pubblicazioni e – nel momento in cui le sorelle Giussani con “Diabolik” abdicano ai contenuti più forti e anche gli emuli che sino a lì avevano trovato fortuna proprio presso i lettori alla ricerca dell’estremo (“Sadik” su tutti) decidono di non proseguire la lotta contro perquisizioni e processi e ammobidiscono diversi aspetti delle loro pubblicazioni. Goldrake, Isabelle e tutte le testate a seguire decidono invece di alzare scientemente l’asticella del proibito, uscendo quindi dall’alveo del mainstream consentito dove invece Diabolik e soci nel giro di qualche anno si piazzano. In aggiunta a ciò, i giornali nei primi anni Settanta coprono il fenomeno e lo attaccano, da destra, da sinistra, da qualsiasi posizione. Sto ricostruendo le posizioni della stampa sul fenomeno mensilmente nell’apparato redazionale della testata “I classici dell’erotismo di Editoriale Cosmo”, che ripropone la “Biancaneve” di Rubino Ventura e Leone Frollo: è un attacco continuo, senza sosta e senza possibilità di rivalutazione. Questo spinge tutta la produzione del genere da un lato nell’alveo del proibito, e quindi sostiene ottime vendite, ma dall’altro anche nella nicchia dell’inqualificabile a prescindere, senza che nessuno provi nemmeno a verificare se tra le migliaia di pagine mandate in edicola tutti i mesi ce ne sia qualcuna di qualità diversa da quella percepita. Questo stigma, tra le altre cose, ha reso questi materiali anche poco collezionabili e quindi molto spesso fuori dai radar della critica di settore che proprio in quegli anni inizia a emergere. Quindi fuori dal circuito ufficiale ma fuori anche dalla considerazione del sotto-circuito specifico.

Parliamo delle edicole italiane degli anni Settanta, Ottanta e dei primi Novanta e di quegli editori che riempivano gli scaffali non solo di fumetti, ma anche di romanzi spesso firmati con pseudonimi anglofoni, esplorando tutte le sfumature del nero e non di rado del rosso. Quali sono state le motivazioni che hanno facilitato la nascita di questo fenomeno che solo recentemente ha attirato l’attenzione degli studiosi (per quanto riguarda i romanzi, penso ai testi editi da Profondo Rosso per i KKK o I racconti di Dracula)?
D.B.: L’editoria nostrana, in particolare quella da edicola, vive di alcune intuizioni ma soprattutto di orde di emuli le volte in cui l’intuizione risulta vincente. E così, quando per esempio nel Secondo dopoguerra cade il veto sugli autori americani, editori grandi e piccoli si lanciano sull’autore dall’esotico suono anglofono (creando così una sorta di “esterofilia di reazione” rispetto al protezionismo del ventennio). Il fenomeno però viene talmente “strizzato” che gli autori da tradurre ben presto finiscono. E così arrivano gli autori stranieri che stranieri non sono, quelli dove se controlli nel colophon alla voce “traduttore” ti appare il nome del vero autore: Renzo Barbieri, vero maestro di quest continuo gioco di maschere, pubblica come Lawrence O’Barbeer negli anni Cinquanta (momento apicale del giallo italiano “travestito” di anglofonia) e come Ren Raiber negli Ottanta (l’anno prossimo finalmente riuscirò a portare in libreria la sua biografia, “Cavalcare lo squalo”). Italo Fasan, con lo pseudonimi Bill Skyline, pubblica Uccidevano di notte, poi riproposto nel 1957 come “Diabolic” che – chissà – forse con il suo titolo è stato tra gli ispiratori del marchio “Diabolik”. Anche questo introvabile testo finalmente nel 1924 Editoriale Cosmo lo farà tornate in vita dopo sessantacinque anni di oblio.

Dalla seminale “Horror” di Castelli e Carpi discendono una serie di altre pubblicazioni che impongono un vero e proprio modello. Possiamo parlare degli elementi di rottura di questa testata?
D.B.: Sì, anche se poi non ha per pochi giorni la primazia, perché Terror delle Edizioni Erregi arriva in edicola un mese prima, uno a novembre e l’altro a dicembre del 1969. Mi permetto di riportare un passaggio del libro che credo (spero) spieghi bene i due diversi approcci: «Per il lettore che dal finire del ‘69 si recasse in edicola alla ricerca di “sapori forti”, da una parte con “Horror” c’è una narrazione che lavora più sulla suspense e sugli aspetti psicologici e parapsicologici, mentre “Terror” si spinge sui terreni più estremi sia per quanto riguarda l’erotismo (qui certo delicato rispetto agli eccessi futuri che porteranno all’esplicita pornografia, ma comunque meno sottinteso che nella pubblicazione della Gino Sansoni Editore) sia per l’esplicito lavoro su mostruosità ed efferatezze, talvolta anticipatrici di quel filone che solo nei primi anni Ottanta verrà definito body Horror. Insomma, volendo utilizzare come parametro due film dello stesso decennio che sono in qualche modo riconosciuti come centrali per le rispettive strade narrative, da una parte c’è “Psycho” di Alfred Hitchcock (con però la sostanziosa aggiunta dell’elemento sovrannaturale), dall’altra c’è “Blood Feast” di Herschell Gordon Lewis».

Quali sono le testate e gli esperimenti, firmati da artisti che poi sarebbero diventati vere e proprie icone del genere, che negli anni Settanta e Ottanta hanno lasciato il segno e quali sono i loro riferimenti iconografici?
D.B.: Il percorso di Leone Frollo è unico alla luce del fatto che quasi tutti gli altri grandi autori sono stati prestati, chi per lungo tempo chi per periodi più brevi, all’erotico e/o all’horror, vendendo da altrove e ad altrove tornando. Il disegnatore veneziano è invace rimasto coerentemente al servizio di Renzo Barbieri finché la sua stelle editoriale ha continuato a splendere, facendo per la Edifumetto anche l’unica operazione non erotica, anzi per ragazzi, della sua carriera dal 1969 in avanti (“Fan”, che con Cosmo porteremo in edicola da inizio 2024). C’è tanto John Buscema nel suo segno, in un periodo in cui gli statunitensi di riferimento erano ancora per quasi tutti i più classici Alex Raymond, Milton Caniff o Alex Toth. Tacconi invece aveva fin dai primi anni Settanta già un marchio grafico distintivo e unico, tanto che le splendide donne da lui disegnate sono state per diversi anni il modello che i disegnatori con annesso studio – come Giuseppe Montanari e Giovanni Romanini – davano da studiare e riprodurre ai loro “ragazzi di bottega”.

Edizione Sessantasei, Edifumetti, Edizioni Erregi, firme come Frollo, Romanini, Tacconi… Il tuo volume restituisce luce ad un mondo sommerso. Considerata l’attuale difficoltà di reperimento di molti di queste pubblicazioni, come sei riuscito a ricostruire il puzzle di questa Italia che non possiamo non rimpiangere?
D.B.: C’è per fortuna una piccola nicchia di collezionisti, alcuni che hanno un raggio molto largo di ricerca e raccolta e che quindi comprendono nelle loro collezioni anche materiali non considerati da altri. E qui il mio enorme ringraziamento va ai fratelli Loris e Silvio Costa, tra i più importanti collezionisti di fumetto in Italia, che mi hanno aperto i loro armadi permettendomi giornate di studio ricche e proficue. Ma anche Diego Torrini, per esempio, è un elemento fondamentale nella ricostruzione e nell’attribuzione delle opere, che ha lavorato in maniera quasi pionieristica preparando il terreno a chi come è è arrivato dopo nel lavoro di approfondimento. Sulle annate di “Ink” si possono recuperare schede e interviste a sceneggiatori e disegnatori. Piuttosto importante anche il lavoro fatto da “Fumetti d’Italia” tra il 1992 e il 2001, complice il fatto che l’ideatore, direttore e realizzatore della testata fosse Graziano Origa, che con il suo stadio è stato uno dei protagonisti del periodo più florido del genere. Lo stesso Origa con il suo libro “Edifumetto Index” ha fatto una prima mappatura delle testate, anche se l’opera più completa del punto di vista cronologico/bibliografico è sicuramente “Immaginario Sexy” di Luca Mencaroni, cinque volumi più due speciali. Anche “Il Fumetto” dell’ANAFI e “Fumo di China” hanno fatto la loro parte. Meritorio anche il lavoro di Luca Laca Montagliani, che con il suo progetto Annexia/Vintagerotika propone storie inedite a fumetti dei personaggi Edifumetto/Ediperiodici accompagnati sempre da articoli di approfondimenti, partendo da qui ha realizzato anche un volume, “Vintagerotika – Sexy pocket all’italiana”.
E, ovviamente, dove e quando possibile, tantissime interviste con gli autori o con i loro eredi.

Chi volesse conoscere il fumetto horror erotico italiano da quali testate dovrebbe iniziare?
D.B.: “Terror” e “Oltretomba”, magari selezionando le storie degli autori di punta (i già citati Frollo e Tacconi, per esempio). I primi numeri di “Zora la vampira” che stiamo riproponendo in edicola anche una loro “freschezza vintage”. Di facile reperibilità anche le storie horror realizzate da Magnus per Barbieri.