L’angolo di Michele Anselmi 

C’è una battuta per palati fini nella commedia francese “Il discorso perfetto” che esce giovedì 10 febbraio con I Wonder Pictures, immagino in vista di San Valentino. Il protagonista Adrien rievoca con crescente fastidio la sera in cui la fidanzata Sonia cominciò ad allontanarsi da lui. Fu quando il bel tenebroso Romain prese la chitarra per arpeggiare dolcemente, quasi isolandosi da tutto ma sapendo di piacere a tutte. “Non si può suonare un La minore e un Re minore a una festa piena di ragazze impegnate. È vietato dalla Convenzione di Ginevra!” protesta oggi il poveretto mollato dalla sua compagna, guardando dritto alla cinepresa, quindi allo spettatore.
“Il discorso perfetto” è un film più verboso che divertente, nei fatti è un ininterrotto monologo sentimentale, una specie di flusso di coscienza, tra affondi ridicoli e annotazioni ciniche, situazioni snervanti e cromatismi elaborati, pareti divisorie che cadono e buffe fantasticherie, fermo-immagini e pensieri ad alta voce. Alla lunga tutto quest’artificio di stile logora. Tuttavia un riflesso universale sui temi dell’amore promana dalla partitura desunta da un romanzo di Fabrice Caro, edito in Italia da nottetempo col titolo “Il discorso”.
Adrien è disperato, Sonia gli ha chiesto una “pausa”, ma 38 giorni sono già passati e le cose non paiono aggiustarsi. Invitato a cena dai genitori, il trentenne non può immaginare che Ludo, il futuro sposo della sorella Sophie, gli sta per chiedere di pensare a un discorso per il giorno delle nozze. Perché proprio a lui? E intanto, avendo spedito un messaggino a Sonia alle 17.24 di quello stesso giorno, Adrien sta impazzendo nell’attesa di una risposta…
Il film gioca su tre piani: la riunione di famiglia mal sopportata, le riflessioni ulcerate ad alta voce dello sventurato, le scene in flashback di un amore prima felice e poi annoiato. Tutto riposa sullo sguardo, il corpo e la voce di Benjamin Lavernhe, classe 1984, in una chiave teatrale che risulta evidente sin dal prologo al posto dei titoli di testa, mentre lei, Sonia, è incarnata dalla leggiadra figlia d’arte Sara Giraudeau.
Naturalmente il copione, tra arguto e feroce, arpeggia sulle note dell’attesa nevrotica, partendo dal tratto distintivo di questi nostri anni: la dipendenza dallo smartphone. Si pensa al nostro “Perfetti sconosciuti” ma anche all’americano “(500) giorni insieme”, in un contorno di divagazioni, paradossi, scenate solo sognate e rese dei conti tragicamente reali. È il timore dell’oblio a rendere così fragile il facondo Adrien, il quale ha bene in mente che cosa accadde a Darby Crash, il cantante punk che si uccise il 7 dicembre del 1980, pensando di finire su tutte prime pagine e invece fu totalmente oscurato dalla morte violenta di John Lennon.
La morale della svelta commedia forse sta in una battuta che echeggia in sottofinale, dice: “Non siamo più capaci di dimostrare affetto”. Vai a sapere se sia proprio così, ma per fortuna qualcosa d’imprevisto rovescerà la situazione facendo di quel famoso discorso una schietta dichiarazione d’intenti. Titoli di coda con “Sarà perché ti amo” dei Ricchi & Poveri: ai francesi piacciono sempre molto quelle nostre canzonette di una volta.

Michele Anselmi