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Quei titoli con il verbo all’infinito: dopo “Vivere” c’è “Tornare”

La Festa di Michele Anselmi

Vanno di moda, a quanto pare, i titoli coi verbi all’infinito (semplice). Dopo “Vivere” di Francesca Archibugi, invitato non si capisce bene perché alla Mostra di Venezia, arriva “Tornare” di Cristina Comencini, scelto da Antonio Monda per chiudere la Festa di Roma. Non vorrei fare lo spiritoso, ma mi pare che l’infinito in questione riguardi solo la difficoltà ad arrivare alla fine dei film, in entrambi i casi.
Comencini, che firma il copione con Giulia Calenda e Ilaria Macchia, sembra ripercorrere climi e situazioni di un suo fortunato film del 2005, “La bestia nel cuore”. Anche lì riecheggiava un doloroso trauma irrisolto, dentro una progressione di incubi e visioni, un’atmosfera da “thriller dell’inconscio” (parola dell’autrice). Torna pure l’attrice protagonista, Giovanna Mezzogiorno, un po’diversa rispetto ad allora.
“Il tempo è solo un modo per misurare il cambiamento” avverte una frase del fisico e scrittore Carlo Rovelli messa in esergo; e infatti il film gioca con i giorni, i mesi e gli anni in una maniera vagamente psicoanalitica, lasciando che la cosiddetta “scena primaria” affiori per frammenti, ricordi, illuminazioni, indizi.
Tutto gira attorno a una data fatidica. Che cosa avvenne nel pomeriggio dell’8 maggio 1967? Alice, che all’epoca dei fatti era una tarda adolescente piuttosto vivace e ribelle, torna nei primi anni Novanta a Napoli per i funerali del padre, un ex alto ufficiale della Nato. La casa sul mare, bella e misteriosa, è rimasta la stessa di quando se ne allontanò per diventare una giornalista famosa a New York. Ma c’è qualcosa di inquietante nell’aria, o forse solo di irrisolto.
Partita la sorella “sgobbona”, Alice resta sola tra quelle mura, dove i ricordi riaffiorano, a partire da una bottiglia di trialina. In casa si aggira Marc, uomo gentile e premuroso, coetaneo di Alice, che sa molte cose sulla donna, forse troppe. E intanto, in bilico tra realtà e immaginazione, lei comincia a “parlare” con una sé stessa adolescente, poi con una sé stessa ancora più ragazzina, in una prospettiva emotiva che ricorda la forma della matrioska.
Non dirò, per ovvi motivi, quale sia il trauma col quale Alice dolorosamente deve fare i conti, dopo averlo rimosso per oltre due decadi, ma avrete capito che riguarda il suo spirito sbarazzino e seduttivo, fuori norma rispetto agli standard morali di quella famiglia infelice.
Giovanna Mezzogiorno appare assai spaesata nell’atmosfera costruita dal copione: sgomenta di fronte allo schiudersi degli eventi che tornano alla memoria, sempre a un passo dalla crisi di nervi, costretta a pronunciare battute meditabonde in abiti penalizzanti. Non va tanto meglio con Vincenzo Amato, che fa di Marc un personaggio troppo ambiguo e insidiosi per crederci davvero.
L’aria del tempo è fornita dalle canzoni dei Troggs e dei Beach Boys, e naturalmente la casa sul mare, così labirintica e suggestiva, diventa un “personaggio” del film. Producono Lionello Cerri e Raicinema, anche se a distribuire sarà Vision Distribution, cioè Sky, ovvero la concorrenza. Strano no?

Michele Anselmi

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