HIGHLIGHTS Recensioni

“Quel giorno d’estate” o tornare a vivere dopo una carneficina

L’angolo di Michele Anselmi 

Peccato per la musica spalmata su tutto, in modo insensato, disturbante, melodrammatico; perché “Quel giorno d’estate” sarebbe invece un film notevole, che custodisce un palpito gentile e insieme dolente, anche un’inattesa profondità nell’affrontare il tema del lutto. L’ha scritto e diretto il 44enne francese Mikhaël Hers, e bene ha fatto Officine Blu a comprarlo, dopo l’anteprima a Venezia 2018, per spedirlo nelle sale giovedì 30 maggio.
Non ci sono attori di grande richiamo, il nome del regista dirà poco o niente, la vicenda potrebbe risultare ostica, e tuttavia “Quel giorno d’estate” naviga con grazia nelle strettoie dell’esistenza, senza addolcire la pillola, e anzi lavorando sul non detto (o sul non dicibile), in modo che il tema della morte e la pena di chi sopravvive peschino in una dimensione non banale.
Siamo a Parigi, dove David, un ventenne sveglio e soave, vagamente “rohmeriano”, sbarca il lunario consegnando le chiavi ai turisti che affittano case per le vacanze. La sua famiglia, scopriremo strada facendo perché, ormai è composta solo dalla sorella maggiore Sandrine, separata dal marito, e dalla di lei figlia Amanda, poco più di sette anni.
Sandrine traduce dall’inglese, infatti ha appena insegnato alla piccola il significato di una frase idiomatica che recita: “Elvis has left the building”. Fu detta dal palco, dopo un concerto di Elvis Presley, per far defluire il pubblico inesausto che chiedeva ancora un bis e il ritorno del beniamino, invece già in viaggio verso l’albergo. Amanda memorizza e saprà utilizzarla, a dire che tutto è finito, quando la mamma sarà falciata da un commando terrorista, insieme a tanti altri innocenti, durante un picnic al parco di Vincennes. Quel giorno d’estate David stava raggiungendo la sua fidanzata Léna nello stesso parco, e solo per un miracolo, benché rimasta gravemente ferita al braccio, la ragazza non è rimasta uccisa.
La carneficina avviene dopo neanche mezz’ora di film, e non ci vuole molto a capire che dopo quell’evento atroce il peso di tutto ricadrà sullo stordito David: chiamato a prendersi cura della nipotina devastata e insieme a strappare da una mortifera inedia la donna che ama.
Hers fa bene a reinventare gli attentati del 13 novembre del 2015, infatti spiega: “Sarebbe stato davvero brutto creare una vittima inventata di una tragedia vera”. Così è più libero di arpeggiare sulla sua tastiera, ispirandosi a eventi della vita reale senza inseguire la cronaca. Ne scaturisce un film curioso, delicato, anche spiazzante, sostanzialmente basato sul rapporto paterno/fraterno che David e Amanda devono per forza di cose trovare se vogliono andare avanti. In sottofinale c’è una sorpresa che porterà i due a Londra, ma meglio non rivelare.
Simile a un giovanissimo Francesco Nuti, l’attore francese Vincent Lacoste attraversa “Quel giorno d’estate”con passo lieve, teneramente irresponsabile, quasi spogliandosi strada facendo di quel suo aspetto da “bambinone” in t-shirt. Lui dovrà dire ad Amanda che la mamma è stata uccisa (la scena è orchestrata benissimo), lui dovrà in sostanza adottare la piccola, imparando a guidarla e sostenerla. Il tutto dentro una storia in bilico tra ostinazione e necessità, girata a luce naturale. Squisitamente femminile il resto del cast, dove spiccano la piccola Isaure Multrier, più le adulte Stacy Martin, Ophelia Kolb, Marianne Basler e Greta Scacchi in partecipazione speciale.
Si esce dal film, lungo 106 minuti, riflettendo sulla fragilità estrema e imperscrutabile dell’esistenza umana.

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo