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Rambo diventa splatter. Ma 37 anni dopo arriva l’età della pensione

L’angolo di Michele Anselmi

Il primo film su Rambo solo da noi si chiamava “Rambo”, essendo il titolo originale “First Blood”, dalla locuzione inglese che indica “versare il primo sangue”, insomma colpire per primi. Non sorprende quindi che, 37 anni dopo, il quinto e ultimo (?) episodio della popolare serie rambesca abbia come sottotitolo “Last Blood”.
Certo, nel frattempo Sylvester Stallone, oggi 73enne, è parecchio invecchiato, quindi fatica un po’ a stare dietro alle bravate muscolari del personaggio, specie quando c’è da correre; e d’altro canto il capitolo originale, girato dal bravo canadese Ted Kotcheff, pescava nel disagio dei reduci dal Vietnam, spesso sbalestrati e “scoppiati”, pure rifiutati dalla società facile all’oblio; mentre questo finale di partita, orchestrato dal roccioso Adrian Grunberg, raschia il fondo del barile, pur menandola un po’ con lo spirito ulcerato del guerriero che ha provato a rimettersi in sesto nel ranch paterno in Arizona.
“Non sono cambiato, ogni singolo giorno provo a non perdere il controllo” è la frase chiave, che giustifica tutto: il prima e il dopo, la malinconia esistenziale e la ferocia splatter. Ora non saprei dire, come pure ho letto sul titolo di un giornale, forse il “Corriere della Sera”, se il Rambo in questione sia “un macellaio sovranista”. Fatico a vedere una connotazione politica nella tremenda vendetta che mette in atto l’ex soldato riciclatosi come cowboy. Certo, i messicani che si arricchiscono con una specie di “tratta delle bianche” sono molto sadici e viziosi (ma ci sono anche quelli buoni, soprattutto donne), si vede anche qualche porzione del muro caldeggiato da Trump; ma tutto è assai generico, con la differenza che cine-giustizieri come Liam Neeson, Denzel Washington o il più giovane Keanu Reeves non si piangono addosso.
Il problema di “Rambo – Last Blood” mi pare un altro: il film è grossolano, scritto male, gli effetti speciali non sono granché, pure le frasi memorabili, da applauso in sala, latitano. Nel confronto, Rocky Balboa è invecchiato meglio, trasformandosi in un mesto allenatore di giovani pugili, ma è anche vero che Rambo, l’altro gioiello della ditta-Stallone, non è un eroe pacificato con sé stesso, appena lo sfruculiano perde la brocca e gli incubi della giungla fanno il resto.
La storia è poco più di un canovaccio. La giovane messicana Gabrielle, che Rambo ha tirato su come fosse una figlia, vuole conoscere il vero padre, naturalmente una merdaccia d’uomo. Nonostante i consigli di “zio” e nonna, la fanciulla varca la frontiera del Messico e si mette nei guai. Bisogna andare a riprenderla e non sarà facile. Anche perché tutto precipita e a quel punto Rambo trasformerà la fattoria in una specie di micidiale fortilizio ricolmo di trappole e ordigni, per farla pagare cara al bieco boss Martinez arrivato lì con decine di sicari.
Il “revenge movie” ha formule abbastanza stereotipate, ma qui tutto suona un po’ stanco, se non fosse per l’apparizione di Paz Vega. Manca l’energia vitalista a autoironica della serie “I mercenari”, anche perché Stallone finge di credere ancora, tra sguardi stanchi e frasi smozzicate, ai tormenti crepuscolari del reduce perenne. Come sempre, la parte migliore è la preparazione delle armi da usare.
Nelle sale da giovedì 26 settembre con Notorious Pictures.

Michele Anselmi

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