“Le cose importanti che facciamo, le facciamo sempre troppo tardi”. Questa frase sintetizza perfettamente i rimpianti e i rimorsi che attanagliano Artemio (Eustacio Ascacio), detto Tacho, il protagonista di “Red Shoes”. L’uomo, un anziano contadino messicano, è lacerato da debiti che non riesce a pagare e dall’improvvisa scomparsa della figlia Rosa in un incidente stradale. Così, un giorno, decide di partire verso la capitale per dare l’estremo saluto a sua figlia. Spaesato di fronte alla vertigine data dalla modernità dell’ambiente metropolitano, aliena alla sua vita in campagna, l’anziano viene assistito e guidato da Damiana (Natalia Solian), una giovane ragazza che si guadagna da vivere prostituendosi incontrata in un bar. I due, nonostante l’imperscrutabilità del volto di Tacho e il suo essere di poche parole, scopriranno ben presto di avere qualcosa in comune che li lega indissolubilmente: il fardello da portare ogni giorno per la perdita di qualcuno.
Il titolo del film, presentato a Venezia nella sezione “Orizzonti Extra” durante la settantanovesima edizione della Mostra del Cinema, cita esplicitamente il movimento nato in Messico tredici anni fa in reazione alla crescente ondata di femminicidi. L’emblema di queste proteste era, appunto, un paio di scarpe rosse, che nel Duemilanove l’artista Elina Chauvet espose simbolicamente nelle strade, nelle piazze, nelle scuole oltre che nei palazzi del potere per denunciare la violenza di genere. Non è un caso, quindi, che il film si apra proprio con un’inquadratura sulle scarpe scarlatte della figlia del protagonista, una delle due donne nella pellicola ad aver subito un’aggressione. In una delle scene più commoventi del film il protagonista rivelerà, infatti, di aver attaccato brutalmente la figlia, causandone la perdita di un occhio e la rottura del loro rapporto. Gli unici contatti che Tacho ha ancora con Rosa, oramai deceduta, avvengono solamente nei suoi sogni, dove rivive a più riprese, come un incubo destinato a ripetersi come un mantra, la scena in cui la figlia scappa spaventata dalla sua bestiale aggressione. Anche Damiana, scoppiando a piangere, confiderà al protagonista, ormai completamente solo, di essere stata vittima di un’aggressione da parte di un suo parente e di aver perso il padre, che rivede riflesso nelle fattezze fisiche di Artemio.
L’opera prima di Carlos Eichelmann Kaiser è caratterizzata da una regia sobria ma ben calibrata, che ben si sposa con l’ottima fotografia di Serguei Saldivar Tanaca che sa sottolineare a livello cromatico il divario tra la desolazione della campagna e l’alienazione al neon provata in una spersonalizzante metropoli messicana. Bellissima da vedere la scena in cui Tacho e Damiana si abbracciano nel corridoio del loro hotel prima di rientrare nelle rispettive camere, baciati da una luce tenue e soffusa. Il film dall’incedere quasi neorealista vanta un’ottima sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Jofra GG e Adriana Gonzáles Del Valle, che conferisce ai due personaggi principali una commovente profondità e un’ottima caratterizzazione. Degna di nota anche la colonna sonora di Camilla Uboldi che, prediligendo strumenti ad arco, amplifica la drammaticità della messa in scena.
La produzione italo-messicana dipinge perfettamente il divario tra il Messico rurale e quello più cosmopolita, riuscendo a raccontare allo stesso tempo una storia universale, verso la quale gli spettatori di tutto il mondo riusciranno sicuramente a provare empatia, grazie ad una solida sceneggiatura e alla sinergia che intercorre tra i due personaggi principali, così diversi tra loro, ma accomunati da un tragico destino. L’intimo dramma messo in scena dal regista riesce a toccare corde profonde grazie a quello che è a tutti gli effetti un viaggio purificatore alla ricerca del perdono altrui, dell’espiazione delle proprie colpe fuori tempo massimo. Un polveroso (e incerto) cammino verso la redenzione.

Gioele Barsotti