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Renée Zellweger canta benissimo e somiglia a Judy Garland (peccato che non somigli più a sé stessa per i ritocchi)

La Festa di Michele Anselmi 

Renée Zellweger canta benissimo e soprattutto, grazie a trucco e parrucco, parecchio somiglia alla 46enne Judy Garland, colta pochi mesi prima della morte. Purtroppo l’attrice texana, che fu burrosa e simpatica Bridget Jones, non somiglia più a sé stessa. I ripetuti interventi estetici sul volto ne hanno modificato il soma, in una maniera talmente vistosa che, se non avessi dato uno sguardo al catalogo prima di vedere “Judy” alla Festa di Roma, difficilmente l’avrei riconosciuta sullo schermo. Perché certe attrici si facciano prendere da un simile demone non saprei dire, anche perché Zellweger ha appena compiuto cinquant’anni, pochi per farsi devastare così dal chirurgo.
Judy Garland, al secolo Frances Ethe Gumm, ovviamente non è stata solo la Dorothy Gale del “Mago di Oz” o la mamma di Liza Minnelli. Attrice interessante e cantante di temperamento, incarnò a suo modo una classica “tragedia americana”, ramo spettacolo: successo da giovanissima, pressioni hollywoodiane, cinque mariti, alcolismo, depressione, trionfi e disastri, un finale di partita malinconico, lontano da casa. Morì infatti a Londra, il 22 giugno del 1969: fu il giovane marito sposato da pochi mesi a trovarla esanime nell’appartamento di Chelsea, ormai devastata dalla cirrosi epatica.
Il film, diretto dall’inglese Rupert Goold e tratto dalla pièce teatrale di Tom Edge “End of the Rainbow”, la racconta in quell’ultimo tratto di vita, tutto londinese, anche se, a fare da contrappunto, ci sono alcuni flashback risalenti al set, era il 1939, del film che le diede la fama planetaria. Tiranneggiata dal produttore Louis B. Mayer, che la riempie di pillole affinché non ingrassi e ne condizione la vita, la neanche sedicenne Judy cresce ricca e infelice, come una “macchina da spettacolo” per far sognare gli americana mentre l’economia va a rotoli.
Tre decadi dopo, l’attrice, che pure nel 1961 aveva dimostrato di essere ottima interprete in “Vincitori e vinti”, indossa la magrezza impressionante di Renée Zellweger, assai compresa nel ruolo, pure brava nelle parti vocali. Senza casa, con due figli ancora bambini che si porta dietro in albergo (Liza è già grandicella), Judy Garland è ritenuta “inaffidabile” e “inassicurabile” dagli Studios, sicché accetta, per tirar su qualche soldo e riprendersi la famiglia, una serie di concerti a Londra, dove ancora è un nome spendibile.
Siamo un po’ dalle parti di film come “Stanlio & Ollio” e “Marilyn”: l’Inghilterra come fuga forzata dagli Stati Uniti, come parentesi umana e professionale, magari per recuperare la popolarità perduta. Scansata la cine-biografia, “Judy” si concentra, appunto, su quella “vacanza” londinese che tale non sarà. Già instabile e debole in salute, la cantante fa impazzire l’assistente e il manager; ma Judy è Judy, una star, e quando si ritrova sul palco, con dietro l’orchestra, l’antica grinta torna fuori. Quanto può durare?
Il film è onesto ancorché prevedibile, trapunto di scene madri, la migliore delle quali, forse, è l’incontro con i due omosessuali che venerano Judy e se la ritrovano in casa per una pessima omelette. Del resto, “Over the Rainbow” è una specie di inno liberatorio per la comunità gay, e sappiate che prima o dopo l’indimenticabile canzone risuonerà sullo schermo, con annessa sorpresona.
Il film uscirà da noi a gennaio, distribuito da Notorious.

Michele Anselmi

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