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“Richard Jewell”: a 89 anni Clint accusa Fbi e media

L’angolo di Michele Anselmi

“Non sono il governo americano. Sono tre stronzi che lavorano per il governo americano” tuona l’avvocato difensore del povero Richard Jewell. Ed è come se parlasse Clint Eastwood. Chi è Richard Jewell? Una guardia giurata accusata ingiustamente di aver piazzato una bomba nel Centennial Olympic Park durante le Olimpiadi di Atlanta, Georgia, del 1996. Storia vera, verissima, quella che rievoca l’ottantanovenne Eastwood nel suo 42° film da regista, nelle sale da giovedì 16 gennaio con Warner Bros. Gli Oscar sono stati avari stavolta, solo una candidatura per Kathy Bates alla voce “migliore attrice non protagonista”, come se il protagonista Paul Walter Hauser non meritasse una menzione per la prova che offre nei panni dello sventurato “vigilante” finito nel tritacarne mediatico dopo aver salvato dalla morte decine di persone (ci furono comunque 111 feriti e due vittime).
Non sorprende che l’anarcoide Eastwood abbia voluto raccontare questa storia, a suo modo esemplare, nel senso peggiore. Per 88 giorni Fbi, agenzie collegate e sistema mediatico misero in croce quel poveraccio, “colpevole” solo di aver attivato subito l’allarme di fronte a uno zaino sospetto depositato sotto una panchina. Nel giro di 72 ore Jewell passò da eroe nazionale a sospettato numero 1, causa soffiata incarognita di un suo ex datore di lavoro. Non c’erano prove, ma Jewell fu comunque incastrato dal Bureau che vide in lui il perfetto attentatore solitario: ciccione e mammone, un po’ ottuso, untuoso, ambiguo, fissato con le armi, tendenza “law & order”, frustrato per non essere diventato poliziotto, troppo zelante per non nascondere qualcosa.
In fondo “Richard Jewell” racconta la stessa storia di “Sully”: solo che lì c’era un pilota civile incarnato da Tom Hanks, bello e stimato, e tuttavia costretto a difendersi dalla burocrazia dopo aver salvato centinaia di vite facendo “atterrare” il suo aereo sul fiume Hudson; mentre qui c’è uno strano americano medio, sgradevole alla vista, un po’ fanatico e forse frustrato, perfetto come capro espiatorio. Per la cronaca: solo sei anni dopo il vero bombarolo, il suprematista bianco Eric Rudolph, razzista, anti-gay e anti-abortista, avrebbe confessato tutto (sta scontando cinque ergastoli).
Partendo dalla sceneggiatura di Billy Ray a sua volta ispirata a un articolo di Marie Brenner per “Vanity Fair”, Eastwood gira un film secco e documentato, quasi senza musica, se non quella diegetica, di quelli che mettono insieme i fatti l’uno dopo l’altro affinché lo spettatore sappia tutto; e intanto monta l’errore giudiziario, frutto di indagini maldestre, di notizie spifferate a una cronista del quotidiano “Atlanta Journal-Constitution”, di un carnevale mediatico insensato. La vita del “bombarolo babbeo” e di sua madre va in pezzi. Badate bene: il giovanotto non fu mai arrestato, a causa delle prove evanescenti, ma uscì a pezzi dalla vicenda. Morirà nel 2007, a 44 anni, per un attacco cardiaco.
Incuriosisce il tono che Eastwood imprime al suo film, lungo quasi 130 minuti: l’inchiesta e le perquisizioni procedono all’insegna di uno strano “fair-play”, sicché il più sorpreso di tutti, quasi incredulo, appare lo stesso Jewell, fino all’ultimo rispettoso nei confronti dei “g-men” che vogliono inchiodarlo Ci vorrà il sarcastico realismo dell’amico avvocato Watson Bryant perché il poveraccio tiri fuori la grinta e passi al contrattacco.
Paul Walter Hauser, già fattosi notare in “Tonya”e in “BlacKkKlansman”, qui ascende al ruolo da protagonista, e certo colpisce quel mix di soave tenerezza e ruspante mitomania che l’attore conferisce al personaggio, preoccupato solo, si direbbe, di non apparire omosessuale. Kathy Bates, Sam Rockwell, Jon Hamm e Olivia Wilde, rispettivamente la mamma, l’avvocato, l’inquisitore e la giornalista, compongono il resto del quadro, tutti bravi e intonati alla cadenza sudista, almeno nella versione originale sottotitolata. La consiglio, se la trovate.

Michele Anselmi

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