È edito da Gremese “Dracula di Bram Stoker”, saggio in cui Anna Berra, scrittrice nota per una serie di romanzi di successo, si misura con il cult firmato Coppola. In un’analisi che non di rado si legge proprio come un romanzo, l’autrice mette in discussione interpretazioni critiche paludate andando a dimostrare come il peso di Mina Harker sia maggiore rispetto a quello di Dracula stesso nell’economia di una pellicola che è, prima di altro, una splendida storia di amour fou. Abbiamo incontrato Anna Berra per una chiacchierata sul libro incluso nella collana “I migliori film della nostra vita”.

A trent’anni dall’uscita, l’equilibrio tra sguardo d’autore e spettacolo hollywoodiano fanno di Dracula di Bram Stoker un classico senza tempo. Si può dire che il film di Coppola abbia inaugurato un nuovo modo di intendere il cinema dell’orrore?

Anna Berra in una foto di Elena Rivautella – @elenarivautella

Anna Berra: Sicuramente. Ricordo che al tempo alcune scene furono considerate addirittura agghiaccianti, le persone uscivano dal cinema inorridite, certo non io che rimasi incollata alla poltrona senza quasi capire una parola – la prima volta che lo vidi fu a Berlino e non padroneggiavo ancora la lingua, come racconto nel libro – presa com’ero dalle immagini e dalla potenza dei colori che si susseguivano sullo schermo: principesse che precipitano in un fiume color del latte, smeraldine code di pavone, occhi artici sul finestrino di un treno in fuga, sfondi rossi di battaglie antiche, magnifici lupi, licantropi scimmieschi, e strane larve in attesa della metamorfosi in quello che diventerà un Principe della Notte dal fascino conturbante. Il sangue, è vero, ce n’è parecchio, ma non disturba mai, anzi, ora a rivederlo fa quasi sorridere: penso alla scena successiva all’immagine di copertina del mio libro, dove la stupenda Lucy ne vomita un fiume sul malcapitato Van Helsing, pronto a tagliarle la testa! Ma è la visione di Coppola a lasciare una traccia nei film successivi. Mai più raggiunta, la sua sinuosa eleganza delle riprese, estetizzante e romantica ma per nulla sdolcinata, ha offerto un diverso approccio al mondo del vampiro, più legato all’amour fou, magari osceno, immorale, ma anche più radicale, che va oltre il tempo: “Credete nel destino? Che persino i poteri del tempo possono essere alterati per un unico scopo?” chiede il Conte ad Harker, mentre più tardi incontrando dopo secoli Elisabeta/Mina dirà: “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti”. Non a caso il Dracula di Coppola è stato molto amato dal pubblico femminile. Incarna infatti alla perfezione l’ideale del principe azzurro: ma qui non si tratta più del “ti amerò fino alla morte”, ma di un ben più potente “posso amarti oltre la morte”. E beh, questo è un traguardo che solo Dracula può permettersi. Io comunque non lo considero affatto un film dell’orrore nel senso classico del termine, ma un’opera d’arte che non appartiene a nessun genere.

Il tuo saggio parte da un forte passione personale. Puoi parlarcene?
A.B.: La passione per la figura del Vampiro viene da lontano, dall’adolescenza. Allora adoravo immergermi in atmosfere decadenti e “maledette”. Le prime frequentazioni furono i poeti francesi, Baudelaire, Rimbaud e più tardi il morboso Lautréamont; e poi Mallarmé, il simbolismo e i suoi pittori, insomma quel tipo di languore estetizzante che rapisce l’immaginazione. Non a caso mi sono laureata in Estetica. Comunque il fascino di questa figura ha continuato ad accompagnarmi e ho sempre sperato di incontrarne uno. Il Dracula che mi è piaciuto di più è senz’altro quello di Coppola, l’incarnazione del Dandy, del flaneur baudeleriano, diretto discendente dell’aristocratico Lord Ruthven di Polidori. Il vampiro ha gusto, è elegante, sceglie le sue prede tra donne magnifiche, le invita a cene lussuose, le seduce esaltandone i sensi, le rende eterne. Si sposta come vuole, è forte e assetato di sesso. L’ebbrezza, il nicciano Sì alla vita, l’Eros, questo mi ricorda il Vampiro con il suo appetito. “Il sangue è vita!” esclama infatti Dracula. E anche sul sangue molto ci sarebbe da dire, del fascino che rappresenta. Mi piace l’idea di una fratellanza ematica, di una dimensione amorosa cannibalica. Come scrive Bataille: «L’ amore è l’approvazione della vita fin dentro la morte».

In che modo il percorso d’autore di Coppola incontra il vampiro per eccellenza e come ne viene cambiato?
A.B.: Non saprei… forse qualche spunto Coppola l’ha mantenuto nella sua filmografia successiva. Ma sostanzialmente credo che “Dracula” rappresenti l’apice della carriera del regista, e direi che tutta la passione riversata nel film abbia prosciugato il suo estro creativo. Dopo questo capolavoro infatti non ci ha più regalato film eccezionali. D’altronde è il destino di chi incontra un Vampiro, la conoscenza non è mai indolore e richiede dedizione assoluta. E neppure un grande maestro come Coppola è potuto sfuggire al suo morso mortale.

Una delle costanti del racconto è la ricerca della citazione colta, ma anche di un discorso metaforico tra vampirismo e cinema che ha il merito di non risultare mai eccessivamente intellettuale. Puoi spiegarci il tuo punto di vista?
A.B.: Il lavoro che c’è dietro alla creazione di questo film è enorme, e dunque sono tanti gli spunti che Coppola e i suoi collaboratori, primo fra tutti il figlio Roman, che all’epoca ha soltanto 27 anni, prendono dalle varie arti per trasformarli in immagini. Sono loro a evocare scenari già incontrati, penso in primis a Dante Gabriel Rossetti e al suo quadro “Aurelia” – il personaggio dell’aristocratica Lucy è identica -, e a Gustav Klimt – l’abito di Dracula che ritorna alla vita è ispirato al “Ritratto di Adele BlochBauer”. E non parliamo dei costumi che sono fondamentali in questo film, come l’attenzione per i colori. Sia la costumista, la strepitosa Eiko Ishioka (che vinse l’oscar con il film), sia Coppola intendono fin dall’inizio far piazza pulita degli stereotipi iconografici di Dracula. Basta con il nero, avanti sfumature perlacee, verdi abbaglianti, arancioni e rossi infuocati. E poi Kupka e il suo Idolo nero per il castello di Dracula, le braccia candelabri del film di Cocteau, “La bella e la bestia”. La scelta degli effetti speciali fatti “a mano”. Usare la Pathé di famiglia per girare le scene in cui il principe Vlad di Székely giunge a Londra. Insomma il cinema nel cinema. Strepitoso. Io poi che sono stata danzatrice non ho potuto non notare, nella potente scena in cui il Vampiro attira a sé la licenziosa Lucy (“la puttana del diavolo” come la chiamerà poco dopo Van Helsing), come l’arioso gioco di veli che avvolgono la giovane donna siano ispirati alle coreografie della danzatrice Loie Fuller, la quale nelle sue performance faceva volteggiar le vesti creando fantastici scenari. Sul rapporto tra cinema e vampirismo, riporterei le parole del regista quando in un’intervista disse «Quando fai un film commerciale devi, per rompere gli schemi, trovare qualcosa dentro di te di eccessivo e impellente». Sembra dirci: la creazione è possibile soltanto succhiando il sangue della vita per poterlo trasformare in arte. Per inventare soluzioni nuove, per poter creare capolavori, è richiesto un sacrificio. E siccome la misura di questo film è l’eccesso, anche il sacrificio è stato enorme. Coppola come dicevo prima ne rimarrà alla fine vampirizzato, svuotato, senza più riuscire a produrre in seguito capolavori di questa statura.