Opera spartiacque nella storia del cinema italiano, “Riso amaro” (1954) di Giuseppe De Santis è l’oggetto dell’approfondita e stimolante analisi di Paolo Speranza, che abbiamo incontrato per presentare il suo nuovo saggio, inserito nella collana “I migliori film della nostra vita” edita da Gremese.

Nessun film del tempo più di “Riso amaro” riesce a coniugare la forza del segno grafico – con immagini straordinariamente impresse nella memoria collettiva – al pathos di una narrazione che rimane comunque nel solco di un neorealismo impegnato, duro e puro. Quali sono gli elementi che permettono a De Santis di ottenere questo invidiabile equilibrio?
Paolo Speranza: Anche alla prima presentazione del libro, nell’ambito del Fondi Film Festival, mi è stata rivolta una domanda così analitica e profonda, e provo a risponderti con lo stesso sforzo di sintesi. Lo straordinario risultato artistico conseguito da De Santis in “Riso amaro” è il frutto di una cultura cinematografica in cui confluiscono le tre grandi “scuole” della prima metà del Novecento: il cinema classico hollywoodiano, in particolare i generi thriller e western; la filmografia sovietica, con la dimensione epica e la forza visiva delle scene corali; il Neorealismo italiano, che coniuga mirabilmente il rigore estetico con l’aderenza alla realtà e l’impegno morale per trasformarla in senso democratico e laico. Il tutto, s’intende, amalgamato dalla vis creativa del regista e dalla sua sapienza tecnica.

Il successo del film trasforma Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone in tre divi assoluti, nonostante l’ambiguità dei loro personaggi e uno sviluppo narrativo che non lascia spazio alla redenzione. Cosa percepiva il pubblico dell’epoca di un film modernissimo come questo?
P.T.: Questo dei protagonisti di “Riso amaro” è un argomento in apparenza risolto e concluso, ma che in realtà merita di essere approfondito, visto che la critica dell’epoca se ne è occupata poco. Di sicuro la modernità di questo film ne ha decretato il successo planetario, e una straordinaria popolarità per i tre attori che hai citato. In primo luogo, direi, per Raf Vallone, che conobbe anche all’estero una fortunata carriera di attore teatrale e di cinema, e in Italia divenne uno degli interpreti maschili più amati e rassicuranti: l’opposto di Gassman, da tutti ammirato come attore, ma visto a lungo (almeno fino a “I soliti ignoti”) come una personalità complessa e distante. Tornando alla modernità, presso il pubblico italiano “Riso amaro” non riscosse un consenso unanime: tutti correvano a vederlo, ma non pochi rimasero spiazzati da una rappresentazione così realistica del mondo contadino e in genere della società italiana. Non dimentichiamo che erano gli anni delle Madonne piangenti e dell’ondata neoclericale, e nello stesso Neorealismo poetico e coraggioso di Rossellini e De Sica non figuravano donne sexy e fuorilegge italiani. Per trovare un antecedente bisognava risalire a “Ossessione” di Visconti (di cui non a caso De Santis era uno stretto collaboratore), che nel cinema italiano aveva segnato una svolta epocale, ma era rimasto un caso unico.

La ricezione critica di “Riso amaro”, in contemporanea e subito dopo il successo dell’uscita nelle sale, è un caso di scuola: De Santis viene attaccato dalla stessa sinistra in cui militava. Quali sono i motivi di una reazione tanto inaspettata quanto paradossale?P.T.: Potremmo cavarcela in poche battute, anzi con una sola, riprendendo la memorabile risposta che Togliatti diede al regista, piuttosto preoccupato e perplesso per il “fuoco amico” di una parte della critica marxista: “Mio caro De Santis, il nostro è un grande partito popolare, e perciò è inevitabile che ne faccia parte anche qualche cretino…”.
Come è noto, l’intervento di Togliatti risultò decisivo per porre fine alle polemiche sul film, che paradossalmente risultarono più accese nell’area della sinistra (non solo nel Pci, ma anche sull’”Avanti!”) che in quella conservatrice. Ma il segretario del Pci, battuta a parte, era il primo a sapere che quelle polemiche, benché eccessive, avevano radici complesse, ed erano scaturite dal corpo del partito, come attestavano le numerose lettere di protesta inviate a “l’Unità” ed ai giornali di area, soprattutto da lavoratrici delle campagne e dal sindacato. Da questa levata di scudi (contro la rappresentazione “superficiale” delle mondine e la prevalenza dell’elemento erotico su quello sociale) derivò la polemica contro “Riso amaro” da parte di esponenti autorevoli della cultura comunista (tra gli altri, Trombadori e persino Guttuso, che aveva disegnato i bozzetti per il film) e le repliche altrettanto vibranti di intellettuali dello stesso partito, primo fra tutti Muscetta. Questa sorta di “derby ideologico” ci può apparire oggi assurdo, ma bisogna risalire al clima dell’epoca. Il Pci, per la sua natura popolare e l’esigenza di legittimazione politica e morale, aveva una forte componente moralistica (nello stesso anno delle polemiche su “Riso amaro”, ricordiamolo, il Pci aveva espulso Pasolini per “indegnità morale”) e l’obiettivo principale dei suoi dirigenti era difendere presso i lavoratori quell’aura di “diversità” etica – concetto ripreso trent’anni dopo da Berlinguer – rispetto agli altri partiti, presentati come inaffidabili e corrotti.
Era un’Italia che nessuno rimpiangerebbe. Eppure, il fatto che la migliore intellighenzia italiana, e con essa i militanti della sinistra e della Cgil, discutessero con tanta passione di un film (come “Riso amaro”, ma non solo) o di un libro, come il “Metello” di Pratolini, giustifica un certo rimpianto…

Credi che il successo del film abbia in certo modo bruciato la carriera del regista, da cui i produttori si aspettavano uno standard altissimo?
P.T.: La tua ipotesi è interessante, ma credo che le ragioni principali siano altre. In fondo, i film realizzati da De Santis negli anni Cinquanta hanno avuto un buon riscontro di pubblico, pur non potendo eguagliare (ma vale per quasi tutti i film italiani…) il boom di “Riso amaro”.
Le ragioni del “declino produttivo” di De Santis risalgono, a mio avviso, a due fattori concomitanti: la coerenza ideologica ed estetica del regista, rimasto fedele alla narrazione del mondo dei lavoratori, degli ultimi, della condizione femminile nelle campagne e nelle periferie urbane; e il cambiamento dei gusti del pubblico, avvenuto negli anni Sessanta. Secondo gli estimatori di De Santis, a voltargli le spalle sarebbero stati non tanto il pubblico, e nemmeno i produttori, quanto i burocrati della Rai e di Cinecittà, da un lato, e dall’altro la critica radical-chic e poi dell’estrema sinistra “sessantottina”, folgorata dalle tematiche esistenziali e borghesi di nuovi Maestri come Antonioni e Fellini. Sta di fatto che in quel decennio l’Italia ha vissuto una trasformazione culturale vertiginosa e piena di contraddizioni, che ha in qualche misura spiazzato registi di formazione marxista come De Santis o Pasolini, con la differenza che quest’ultimo ha trovato un proficuo sbocco artistico nella sfera del mito.

Come nasce la tua passione per il film e il progetto della sua analisi nella collana Gremese?
P.T.: Come ho accennato nella sezione “Prologo” di questo libro, per ragioni anagrafiche ho conosciuto “Riso amaro” negli anni Settanta, attraverso la Rai, quand’ero adolescente, e mi colpirono il ritmo del film, le scene corali, la tensione sociale, oltre naturalmente alla bellezza prorompente di Silvana Mangano. Molti anni dopo, ho scoperto che tra i fan di questo film c’erano tante persone di tendenza progressista, in particolare alcuni intellettuali di valore, che di Giuseppe De Santis erano stati anche amici: il critico Camillo Marino, fondatore della rivista “Cinemasud” e del festival “Laceno d’Oro”, l’artista Ettore de Conciliis e il regista Gianfranco Pannone. Questo tuttavia non sarebbe bastato a darmi il coraggio di scrivere una monografia su un film così importante, se nel frattempo non avessi cominciato a raccogliere da anni documenti (manifesti, riviste ecc.) per il progetto di un saggio e di una mostra documentaria sul film: materiali che sono tornati utili quando il direttore della collana di Gremese, Enrico Giacovelli, mi ha chiesto quale film avrei voluto trattare. Oltre a “Riso amaro”, per le stesse ragioni che ho accennato, mi sono “candidato” anche per “Ladri di biciclette” e “C’eravamo tanto amati”, e mi auguro di condurre in porto anche le monografie su questi capolavori.