Capita raramente di rimanere folgorati a teatro. A me è successo vedendo “Ristrutturazione” di Sergio Rubini, in scena presso il Teatro Ambra Jovinelli di Roma dal 29 marzo al 10 aprile. Uno spettacolo che racconta le vicissitudini dell’autore alle prese con una serie di traslochi e lavori condominiali dagli esiti a dir poco grotteschi, sconcertanti. Ma parlando dei guai che deve passare chi ha deciso di cambiare casa o di ristrutturare la propria abitazione, Sergio Rubini riesce con estrema grazia e comicità a parlare di noi, delle nostre ossessioni e dei nostri tic. Si crea così una connessione potente tra palco e platea, perché noi tutti abbiamo condiviso quel tipo di gioie e dolori casalinghi.
Sul palco Rubini è coadiuvato dai Musica da Ripostiglio, una band strepitosa che lo accompagna e fa da tappeto sonoro ai suoi racconti, intervallati da canzoni e invenzioni musicali che si integrano alla perfezione con la narrazione. Il gruppo nella sua formazione attuale nasce dodici anni fa ed è composto da Luca Pirozzi voce e chitarra, Luca Giacomelli alla chitarra, Raffaele Toninelli al contrabbasso e Emanuele Pellegrini alle percussioni. Insieme abbiamo voluto fare una chiacchierata.

Innanzitutto complimenti. Per me siete stati una vera e propria rivelazione, uno spettacolo nello spettacolo. Come nasce la vostra partnership con Sergio Rubini?
Luca Pirozzi: In passato avevamo già collaborato in lavori prodotti da Nuovo Teatro, la società del Teatro Ambra Jovinelli diretta da Marco Balsamo. Avevamo partecipato a uno spettacolo di Pierfrancesco Favino che si chiamava “Servo per due”, dove noi eravamo la band in scena. Da lì poi sono successe altre collaborazioni col Teatro Ambra Jovinelli. Fino a credo cinque anni fa eravamo la band di uno spettacolo che si chiamava “A ruota libera” con Giovanni Veronesi, Rocco Papaleo, Alessandro Haber e Sergio Rubini. È durato un paio di anni. Era molto divertente perché era uno spettacolo dove la regia veniva fatta in diretta da Veronesi che ogni sera si inventava delle cose avendo a disposizione i suoi tre amici Rubini, Haber e Papaleo, più noi quattro, perché lui è un amante dell’improvvisazione totale. Poi lo scorso anno, dopo il lockdown, il produttore ha chiesto a Sergio di fare un nuovo spettacolo. Sergio ha pensato subito a noi perché ci eravamo trovati molto bene a lavorare insieme, a costruire delle cose. Lui è molto bravo nel senso che è un grande conoscitore di musica, e quando legge accompagnato dalla musica lo fa veramente come se fosse un quinto elemento, si integra perfettamente, ha ritmo nella lettura, ascolta tutto.

Mica male la poesia in pugliese che avete musicato alla fine.
Luca Pirozzi: L’abbiamo musicata in forma di talking blues. Avevamo già fatto un’operazione simile sempre nel dialetto di Grumo Appula, il paese d’origine di Rubini in Puglia, su una poesia molto divertente sui soprannomi degli abitanti di Grumo Appula. La trovi su YouTube perché poi l’abbiamo eseguita due anni fa nella trasmissione “Maledetti amici miei” su Rai 2.

Le vostre esperienze pregresse hanno a che fare con il mondo del cinema?
Luca Pirozzi: Certamente. Con il regista e sceneggiatore Giovanni Veronesi è nata un’amicizia particolare. Lui ha una casa al mare a Castiglione della Pescaia in provincia di Grosseto, e noi siamo di Grosseto. Nel suo ultimo film, “Tutti per uno, uno per tutti”, il suo secondo film di moschettieri ambientato in Francia ma girato in Toscana con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Margherita Buy, Giulia Michelini – un supercast di attori insomma – è riuscito a infilare dentro un nostro arrangiamento di “La cura” di Battiato in chiave milleseicento. La suoniamo travestiti da picari con parrucche del seicento. La nostra collaborazione col cinema sta diventando sempre più importante, intanto perché lavoriamo con attori prettamente cinematografici e poi perché siamo amanti del film, del cinema italiano. Abbiamo scritto delle colonne sonore. Il cinema è tanto importante per noi quanto la parte cantautorale. Abbiamo una nostra attività indipendente di concerti nei festival e nelle piazze d’estate con il nostro spettacolo che si chiama “Musica da ripostiglio perché da camera ci sembrava eccessivo”.

E l’avete detto durante lo spettacolo, mi pare, quando Rubini vi chiede “perché vi chiamate così”?
Luca Pirozzi: “Perché da camera ci sembrava eccessivo”, gli rispondiamo.

Ho notato che la presenza scenica è forte. Ci tenete all’aspetto recitativo.
Luca Pirozzi: Facendo tanto teatro ci è venuto naturale mettere molti elementi scenici, un po’ coreografici, di dare una performance a tutto tondo, non solo la musica.

Durante lo spettacolo per forza di cose passate parecchio tempo ad ascoltare Sergio Rubini. Avrete sentito le stesse battute mille volte. Vi fanno ancora ridere? Vi sorprende ogni tanto? Riesce a improvvisare, a cambiare qualcosa?
Luca Pirozzi: Sì, sì, perché lui in questo spettacolo ha scelto la via confidenziale. Considera che quelli raccontati sono tutti episodi personali veramente accaduti. Noi abbiamo visto le fotografie della vasca di cui parla nello spettacolo. Lo dice più volte che è tutto vero. Chiaro, qualcosa sarà romanzato. Essendo tutto vero, lui cerca tutte le sere la via della sperimentazione, e racconta le sue storie con un fare discorsivo. Stando dietro e sentendolo tutte le sere noi abbiamo sempre il piacere di cogliere delle sfumature nuove. Chiunque fa teatro deve cercare di non annoiarsi e di trovare nella ripetizione un senso nuovo, perché le parole sono sempre fluide, hanno sempre un particolare nuovo che ti colpisce, che provoca o una risata o una riflessione. In questo caso ancor di più perché lui improvvisando ogni sera riesce a spiazzarci. Dice una battuta nuova, lo stesso concetto lo dice con parole nuove, e quindi il tutto si regge bene.

Direi che Rubini si merita un gran complimento. Ha azzeccato argomento e modi giusti perché usciamo da un periodo di chiusure e abbiamo bisogno di leggerezza, ma non di superficialità, come penso abbia detto lui stesso. Traslocare o ristrutturare casa sembra un argomento leggero che però fa riemergere tutto il tuo vissuto, tutte le tue abitudini, e lui ha trovato la chiave per interpretare questi tempi.
Luca Giacomelli: È vero, verissimo, infatti lui in prima persona ha detto “non avevo voglia di tornare in teatro con infingimenti, barbe finte, baffi finti, ma con uno spettacolo vero, leggero ma pensante” cioè divertente e con la piccola presunzione – e grazie al grande talento di Sergio questo è possibile – di accompagnare a casa il pubblico con un pensiero. Sì, credo che abbia centrato bene l’argomento.

In Rubini ho rivisto il Peter Sellers della Pantera Rosa, l’ispettore Clouseau, l’uomo che lotta con gli oggetti. Basti citare “Hollywood Party” dove il personaggio interpretato da Peter Sellers distrugge una casa innocentemente, senza aver la minima intenzione di arrecare alcun danno. Ho rivisto questo nelle vicende narrate da Rubini. Lui è innocente però per poco non distrugge un intero caseggiato.
Luca Pirozzi: È vero. Lo spettacolo sta riscuotendo molto successo perché la casa è veramente un comune denominatore per tutti. Chiunque abbia superato la quarantina e messo o non messo su famiglia ha sempre a che fare con la casa, con i traslochi, con le ristrutturazioni. Pensa che noi tutti in questo momento, noi che facciamo lo spettacolo, abbiamo a che fare con falegnami e operai che ancora non vengono e sono tre mesi che li chiamiamo, e quindi lo spettacolo parla delle cose che succedono a tutti noi. Luca Giacomelli ha una casa in ristrutturazione praticamente divisa in due.

Luca Giacomelli: Devo stare in affitto da un’altra parte, roba proprio grossa.

Luca Pirozzi: Raffaele ha finito il trasloco due mesi fa, ha cambiato casa proprio ora. È una cosa che veramente ci riguarda tutti. Quando vai a teatro e parlano di te, di qualcosa che ti riguarda, ti immedesimi.

È proprio questa la chiave, ti immedesimi.
Luca Pirozzi: Certo, se vai a vedere la Medea è difficile trovare dei collegamenti personali, mentre attraverso le ristrutturazioni ci sei passato.

Una cosa che si nota è che c’è compartecipazione durante lo spettacolo, una bella intesa.
Raffaele Toninelli: Sì, cerchiamo di ricreare la rumoristica, alcune volte con dei commenti ironici sull’esposizione dell’attore e altre volte con coinvolgimenti rumoristici che possono rappresentare, che ne so, una foresta o un’ambientazione orientaleggiante a seconda della narrazione.

Avete scelto di suonare una canzone, se l’ho percepita bene, sui luoghi comuni napoletani. Perché napoletani? Voi non siete napoletani.
Luca Pirozzi: Questo è vero e non è vero. Io sono un napoletano, cresciuto però in Toscana e allora parlo toscano però sono nato in Campania da genitori entrambi campani. È una cultura che conosco molto bene. Non solo, quel brano è stato scritto nel periodo in cui stavamo in teatro a Napoli. Avevamo una casa nei Quartieri Spagnoli. Nelle lunghe giornate prima di andare a teatro dalla terrazza avevamo l’affaccio su questo teatro a cielo aperto.

Luca Giacomelli: Eravamo proprio sulla “barcaccia” di Napoli, per capirci.

Luca Pirozzi: Prima dell’esecuzione di questo brano Rubini racconta che il proprietario dell’albergo napoletano gli dice “vieni a fare uno spettacolino da me”.

Giusto! Per ripagare i danni causati dalla vasca di casa sua all’albergo.
Luca Pirozzi: Da lì il collegamento con i luoghi comuni che imperversano su Napoli.

È diverso scrivere canzoni per il cinema rispetto a scriverle per il proprio album, o valgono più o meno le stesse regole?
Luca Giacomelli: È un lavoro completamente diverso scrivere per il cinema e non per noi e i nostri concerti. La musica deve riuscire a rispecchiare l’immagine, l’inquadratura scelta dal regista. Per il cinema abbiamo esordito con un brano per la prima opera di Paolo Sassanelli, “Due piccoli italiani”, il leitmotiv del film. Poi abbiamo collaborato con Giovanni Veronesi. Ci è stato mandato il copione e ci siamo lasciati suggestionare dalla storia. Dopodiché ti confronti con il regista, dai i tuoi punti di vista musicali in seguito alle sensazioni che hai provato leggendo il copione. Da lì si arriva a un punto in comune perché ovviamente non sempre le idee del musicista sono quelle del regista che ha una visione più ampia di ciò che dovrà essere il risultato finale. Lavorare per il cinema è molto stimolante, un aspetto del nostro lavoro che ci piace davvero. Infatti vorremmo continuare a scrivere per il cinema. Tra l’altro da poco è uscito questo bellissimo documentario su Ennio Morricone che siamo andati a vedere tutti e quattro insieme, e tutti e quattro abbiamo pianto come dei ragazzini. In quel capolavoro, “Ennio” di Giuseppe Tornatore, si nota veramente l’importanza che riveste la musica all’interno del cinema. A volte ancora oggi senti dei registi affermare che l’immagine è più importante della musica stessa, ma non è vero. Non parlo della storia, parlo dell’immagine. In realtà il valore che la musica dà all’immagine e a quello che il pubblico vede al cinema è qualcosa di fortissimo.

Immaginiamoci soltanto “Nuovo Cinema Paradiso” o “Apocalypse Now” senza quel tipo di colonna sonora…
O la Pantera Rosa.
Luca Giacomelli: Giustissimo. L’importanza della musica nel cinema è fondamentale. Quando trovi registi che se ne accorgono e ti danno la possibilità di lavorare su questa dimensione per noi musicisti è davvero motivo di orgoglio e uno stimolo di ricerca artistica.

Essendo l’unico assente non vorrei creare gelosie tra il gruppo, ma mi sono innamorato del vostro percussionista Emanuele Pellegrini per via di quella straordinaria scena finale in cui va a battere con le bacchette un po’ ovunque sul palco, persino sui tacchi delle vostre scarpe. Una delle cose più divertenti che io abbia mai visto a teatro. Come nasce?
Luca Pirozzi: Quello è un omaggio. Nel gruppo di Renato Carosone c’era questo batterista molto eclettico, simpaticissimo, chiamato Gegè Di Giacomo, che faceva qualcosa di simile. Andava a battere nei bicchieri, si beveva uno dei bicchieri di vino, diceva “salute!” ed era stupendo: una maniera di fare musica senza prendersi troppo sul serio. Se sul palco ci divertiamo, al pubblico arriva questo tipo di energia.

Chi sono le vostre fonti d’ispirazione musicali?
Raffaele Toninelli: Prima di tutto i Beatles.

L’hai visto il documentario “Get Back” uscito su Disney +?
Raffaele Toninelli: È stupendo.

E pure triste, perché vedi una band che si sta sciogliendo.
Raffaele Toninelli: Sì, si sta sciogliendo. Naturalmente ci ha messo un carico molto grosso l’ultimo impresario che li ha fatti sciogliere definitivamente. Ovviamente poi ci sono state anche delle implicazioni legali, e questa è forse la cosa più brutta che può succedere all’interno di un gruppo. Però è divertente vedere questi quattro musicisti che erano sempre stati visti da lontano attraverso un telescopio e improvvisamente hai questo sguardo ravvicinato e vedi che si divertono mentre provano. In realtà è un continuo scherzare. Ho rivisto un po’ anche noi, fatte le dovute distinzioni.

Siete in quattro anche voi, come i Beatles.
Raffaele Toninelli: C’è lo stesso modo di scherzare quando proviamo, di inventare, di modificare i testi. Molto divertente. Veramente un bel documentario.

“Ristrutturazione” di Sergio Rubini è destinato a evolversi o ripetersi? Avete altri programmi per il futuro?
Luca Pirozzi: Lo spettacolo credo che continui, probabilmente in estate. Faremo una tournee estiva e sarà uno spettacolo aperto nel senso che avrà un calendario aperto secondo me per un bel po’ di tempo. Intanto perché lo stanno richiedendo, e poi perché non è legato per forza a un tempo preciso. È un argomento che può funzionare sempre. E in più è molto agile. Siamo in cinque, lo puoi fare anche senza scena. È costituito proprio per essere mobile, semplice. Per l’estate stanno inoltre arrivando richieste per il nostro spettacolo come quartetto nei festival e nelle piazze. Da novembre sicuramente avremo la ripresa di uno spettacolo dello scorso anno, il rifacimento di “Far finta di essere sani” di Giorgio Gaber, grazie al quale abbiamo iniziato una collaborazione con il Teatro Menotti di Milano. Il cast comprende sia Andrea Mirò, una cantante e musicista bravissima di Milano, che l’attore e musicista Enrico Ballardini. Saremo a Roma mi sembra dal 6 novembre per due settimane alla Sala Umberto.

Una rivisitazione di “Far finta di essere sani”? In maniera pedissequa?
Luca Pirozzi: Sì, tutte le canzoni e i monologhi di quello spettacolo.

Fantastico. L’ultima domanda: ho ascoltato il vostro album “Zan Zarà”. M’è piaciuta “Chi l’ha detto”. La descrivereste come una canzone romantica?
Luca Pirozzi: Più che romantica la definirei una canzone introspettiva. Lì volevamo suscitare alcune riflessioni sul fatto che noi siamo fatti anche di ombre, di tutti i piccoli traumi che accumuliamo sin dall’infanzia fino alla morte. E allora è importante che queste ombre, questi piccoli avvenimenti vengano visti. Siamo in una società occidentale che tende a non vedere le ombre. Noi dobbiamo essere sempre sorridenti, felici, ricchi, belli. Però questo è un po’ innaturale. Se non le guardi, le ombre diventano dei mostri, dei tabù. Invece l’ombra vista, guardata e integrata può diventare una forza dentro di noi. Se noi conosciamo anche le nostre parti più basse, ci reintegriamo e siamo equilibrati. Altrimenti rischiamo di mettere la famosa polvere sotto il tappeto, e alla prima folata di vento ci domandiamo: che succede? Succede che per trent’anni non abbiamo guardato quello che abbiamo voluto reprimere.

Marco Zoppas