L’angolo di Michele Anselmi 

La cosa più azzeccata di “Perfetta illusione” è l’illustre critico d’arte Francesco Bonami che recita nei panni di sé stesso. Non che offra una gran prova, però l’uomo sembra prendersi in giro quanto basta – intendo gesti, eloquio, battute e completo nero – perché lo spettatore non prenda sul serio la faccenda. Temo invece che Pappi, al secolo Pasquale, Corsicato, classe 1960, napoletano doc, abbia preso assai sul serio la storia che ha scritto insieme a Luca Infascelli e messo in scena. Era dal 2012, con “Il volto di un’altra”, che non firmava un film per il grande schermo; dopo un passaggio al festival di Torino, “Perfetta illusione” arriva nelle sale giovedì 15 dicembre con Europictures.
Vedrete che qualcuno tirerà in ballo il Balzac di “Illusioni perdute”, con contorno di Almodóvar, Fassbinder, Sirk e una spruzzata di Ozpetek, a evocare un certo cine-mélo riveduto e corretto in chiave contemporanea; a me sembra invece che siamo più dalle parti di una recente serie tv di Andrea Molaioli e Stefano Cipani di ambientazione meneghina, “Fedeltà”, una storia un po’ “soap”, interclassista, da Corsicato nobilitata in chiave d’autore: tra sfocature ricorrenti, girotondi vorticosi della cinepresa attorno ai personaggi, primi piani ravvicinati, rintocchi solenni di Brahms, chiacchiere sull’arte (c’è di mezzo anche Cattelan), un po’ di nudi e di sesso da dietro, un sospetto di lotta di classe e la Milano dei ricchi.
Come il passerotto che vediamo nell’incipit, intento a beccare un sassolino pensando che sia pane, il protagonista Toni è destinato a illudersi: con perfetta incoscienza. Sposato con la romana Paola, bella e decisa ad aprire un negozio di scarpe, il trentenne viene licenziato dal centro benessere, nel quale era stato appena promosso, per essersi fatto beccare da una cliente influente mentre rubava le sue mutandine rimaste su una panca.
Per la vergogna non lo dice alla moglie, e intanto cerca un nuovo impiego sempre nel ramo spa. Ma la pioggia battente lo fa entrare per caso in una galleria d’arte e lì vi ritrova Chiara, quella delle mutandine. La giovane donna, sofisticata e facoltosa, con aspirazioni da “curatrice” d’arte, si sente in colpa verso quel poveraccio, gli trova un lavoretto presso un’altra galleria: non sa che Toni dipinge quadri sin da ragazzo, anche se non li ha mai mostrati a nessuno. Mi fermo qui, perché avvengono tante cose nel resto della storia.
Congegnato come un’allegoria sul contrasto tra illusione e realtà, pure tra inganno e seduzione, il film di Corsicato, che all’inizio doveva chiamarsi “Vernissage”, gioca con le bugie seriali che Toni escogita, per rassicurare le due donne con le quali va a letto, nell’insicurezza esistenziale che lo pervade. Il problema è: chi manovra chi? Ovvero: alla fine vincerà il soldo o il talento?
Di Bonami, che cazzeggia teorizzando di voler “scomparire dalla storia dell’arte”, s’è detto; gli interpreti principali si adeguano alla partitura, appunto melodrammatica, con un sospetto di “noir”: sono Giuseppe Maggio, Carolina Sala e Margherita Vicario, rispettivamente nei ruoli di Toni, Chiara e Paola (poi ci sono Sandra Ceccarelli e Maurizio Donadoni nei panni dei diabolici e ricchissimi genitori).
Produce la Mompracem di Carlo Macchitella, Pier Giorgio Bellocchio e i Manetti Bros, insomma gli stessi della trilogia su “Diabolik”.

Michele Anselmi