“Something in the way, yeah”. Con queste parole Kurt Cobain, leader dei Nirvana, raccontava le sue giornate passate sotto ad un ponte di Aberdeen tra droghe e sporchi roditori in uno dei pezzi più iconici del leggendario “Nevermind”. In un certo senso nel cuore di questo brano è racchiusa l’essenza del nuovo film dedicato al celebre Uomo Pipistrello e girato dall’abile mano di Matt Reeves. Non solo perché la canzone appare ben due volte nella pellicola ed il regista si è esplicitamente ispirato alla dannata rockstar di Seattle per tratteggiare il personaggio interpretato da Robert Pattinson. Il film, infatti, è una sorta di ibridazione tra l’estetica grunge e l’immaginario noir: Gotham City appare come una città fatiscente, corrotta dal dilagarsi dell’ingovernabilità, di una assuefacente droga sintetica e da un brulicante sottobosco malavitoso. La megalopoli ricorda, in un certo senso, le atmosfere della Los Angeles di “Blade Runner” ed alcuni suoi luoghi nevralgici, come l’orfanatrofio e la discoteca gestita dal Pinguino, diventano il palcoscenico in cui si svolge, indizio dopo indizio, l’investigazione portata avanti da Batman e soci.

Il film procede sulla falsariga di alcuni stilemi investigativi che ricordano il David Fincher di “Zodiac” o “Se7en”, potendo contare su una solida sceneggiatura che si dipana per le circa tre ore di durata della pellicola. La regia di Reeves è curata e riesce ad enfatizzare con sapienza le spettacolari scene d’azione. Si concede anche interessanti trovate visive come le numerose inquadrature soggettive tecnologicamente mediate: ora una videochiamata orchestrata dal temibile Enigmista interpretato da Paul Dano, ora una chat privata in cui gli intolleranti seguaci del villain si coordinano per organizzare un attentato militarista. Degne di nota anche le due citazioni alla celebre e voyeuristica sequenza in soggettiva de “La finestra sul Cortile” di Alfred Hitchcock. L’azzeccata fotografia espressionista curata da Greig Fraser contribuisce a valorizzare le atmosfere cupe e notturne della pellicola, sprofondando il protagonista in un’avvolgente coltre di oscurità, interrotta solamente dagli sporadici neon dei bassifondi di Gotham o da crepuscolari luci color arancio.

I temi orchestrali al cardiopalma di Michael Giacchino sono degli ottimi commenti sonori alle immagini della pellicola e contribuiscono a consolidare il suo immaginario audiovisivo da atipico neo-noir. I personaggi appaiono tutti ben caratterizzati (ed interpretati) e nessuno di essi scade in una rappresentazione macchiettistica: colpiscono positivamente anche le sfaccettature morali che animano le malefatte dell’Enigmista. La figura dell’antagonista, una sorta di inedito incrocio tra un suprematista bianco ed un “incel”, diventa l’occasione per riflettere in maniera meta-cinematografica sugli estremismi, un po’ come accadde nel blasonato “Joker” di Todd Philips a cui la pellicola sembra allinearsi anche dal punto di vista estetico oltre che tematico. Anche la performance attoriale di Pattinson, nonostante per la maggior parte della durata del film indossi la maschera, appare convincente e adatta per imprimere una decisa virata al franchise verso toni più dark. In conclusione, il regista è riuscito a riportare con successo sul grande schermo uno dei personaggi più amati dei fumetti dopo la blasonata (ed ingombrante) trilogia girata da Christopher Nolan.

Il film di Matt Reeves non sfigura se comparato con le pellicole interpretate da Christian Bale. Anzi. Portando il franchise verso tinte più cupe e riflessive, grazie anche ad un comparto tecnico di prim’ordine, la pellicola potrebbe essere il faro per una nuova generazione di cinecomics più maturi ed artisticamente appaganti, un po’ come aveva lasciato intuire lo stesso “Joker” di tre anni fa. Chi può dirlo. Di certo c’è solo che il blasonato campione d’incassi “Spiderman: No Way Home” impallidisce di fronte alla solidità della pellicola firmata da Reeves. La Marvel potrebbe prendere nota.

Gioele Barsotti