L’angolo di Michele Anselmi

“Rubare e non pagare, sparare e non parlare”: diciamo che il protagonista di “Rumore bianco”, in originale “White Noise”, da un certo punto in poi della vicenda cessa di essere il tranquillo prof universitario noto per alcuni studi approfonditi sulla figura di Hitler, nonostante egli non parli il tedesco. Alla base c’è l’omonimo romanzo di Don DeLillo pubblicato in patria del 1985 e in Italia nel 2005 col titolo, appunto, “Rumore bianco”; anche Barry Sonnenfeld avrebbe voluto estrarne un film, c’è riuscito invece il collega Noah Baumbach, molto venerato dai filmofagi. Dopo aver aperto la Mostra veneziana 2022, in concorso, “Rumore bianco” arriva domani, 30 dicembre, su Netflix, e chissà che non trovi sulla piattaforma un suo affezionato pubblico (nelle sale dubito che avrebbe funzionato).
Il cineasta newyorkese racconta di aver visto in quella storia, letta sul finire degli anni Ottanta, uno spunto ideale per “fare un film folle come il mondo che mi appariva”. Il Covid ha fatto il resto, nel senso di fornire un ulteriore tirante drammaturgico, in bilico tra disastro su larga scala e persistenza della speranza.
Purtroppo il film non mi pare una riuscita, a differenza del precedente “Storia di un matrimonio”: troppo lungo, quasi 140 minuti; assai verboso nonostante sia stato pensato su più registri, un po’ apologo sul caos, un po’ satira sulla famiglia, un po’ commedia nera sulla paura di morire. Un eccesso di suggestioni che nemmeno due attori di talento come Adam Driver e Greta Gerwig riescono a pilotare.
Siamo negli anni Ottanta, in un bucolico college dell’Ohio. Gladney e la sua quarta moglie Babette, detta “Baba”, vivono circondati dai quattro figli avuti da precedenti relazioni. L’uomo è stimato e gentile, ma qualcosa agita la sua esistenza, strada facendo anche il viso si modifica in chiave minacciosa: si direbbe un senso di morte che grava sulle giornate, con contorno di incubi notturni (un uomo con una vistosa cicatrice sulla mano destra) e frustrazioni sessuali. Anche per questo tutti cercano al mercato nero un farmaco misterioso chiamato “Dylar”, forse capace di alleviare la paura della fine.
Un sentore di Assurdo tendente all’Onirico avvolge il quadretto familiare; ma il peggio deve ancora venire: un’enorme nube tossica, scaturita da un incidente ferroviario, costringe tutti gli abitanti di Blacksmith a scappare con la mascherina in faccia nella speranza che la minaccia svanisca presto. Non resta che trovare rifugio a “Camp Daffodil”, in aperta campagna, dove la paranoia degli evacuati non tarderà a manifestarsi in forme inquietanti…
Leggo che il titolo farebbe riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dalle tecnologie della comunicazione e dalla riduzione dello spazio privato. Sarà. Baumbach gira un film più scombinato che controllato, ricolmo di digressioni inutili (la Chevrolet station-wagon che scivola sul fiume e si rimette in moto come niente fosse), parallelismi insensati (Elvis affiancato a Hitler), teorie bizzarre da metacinema (gli incidenti stradali nei film hollywodiani come esplosione di gioia anche se i personaggi muoiono).
Di contro i titoli di coda ambientati in un enorme supermarket, quasi un balletto ironico e coloratissimo, sono sicuramente la cosa migliore di “Rumore bianco”. Perché il supermarket? Sarebbe “un luogo saturo di onde, radiazioni, lettere e numeri, voci e suoni in attesa di essere decodificati”, come teorizza nel film un profeta dell’Apocalisse postmoderna. Credergli?

Michele Anselmi