L’angolo di Michele Anselmi 

Certo ricorderete: nel 2000, parecchi chili fa, Russell Crowe gridava «Al mio segnale scatenate l’inferno» nei panni del condottiero pagano Massimo Decimo Meridio, l’eroe del “Gladiatore”. Ventitré anni dopo, stretto nella tonaca di padre Gabriele Amorth, fa dire a “L’esorcista del Papa” una battuta che recita «E ora andiamo all’inferno», pregustando altre avventure col Maligno che difficilmente verranno. Esce oggi, giovedì 13 aprile, il film del regista australiano Julius Avery che s’annuncia come ispirato ai libri di Amorth, carismatico esorcista modenese morto nel 2016. Ma non direi che gli sceneggiatori abbiano imparato granché da quelle letture. Semmai consiglio di recuperare su Netflix “The Devil and Father Amorth”, il documentario sul delicato tema dell’influenza demoniaca che William Friedkin, stando in bilico tra scienza e religione, portò alla Mostra di Venezia nel 2017.
Di certo il diavolo è in gran spolvero. Martedì scorso è uscito per Piemme un poderoso saggio di Fabio Marchese Ragona, con tanto di intervista a papa Francesco, intitolato “Esorcisti contro Satana”; e proprio il pontefice non smette di ricordare ai fedeli che «il demonio esiste e bisogna combatterlo», anche se lui parla di diavoletti «educati», altrettanto pericolosi, capaci di insinuarsi nelle coscienze. L’argomento è serio, comunque la si pensi.
Nel film il corpulento e barbuto Crowe incarna proprio Amorth, nella realtà fisicamente molto diverso, raffigurandolo sempre a cavallo di una Lambretta bianca e rossa, con una fiaschetta di whisky in tasca e un’irriverenza baldanzosa un po’ in stile Indiana Jones. Insomma, un esorcista da “graphic novel”. Com’è noto, padre Amorth non accettava tutti i casi di presunta possessione diabolica, in genere prima di scomodarsi personalmente esigeva perizie psichiatriche, per non trattare suggestioni da disagio mentale o psicotico.
Nel prologo, ambientato nel giugno 1987 a Tropea, il prete risolve infatti, con «un po’ di teatro», come teorizza, un fenomeno di ossessione diabolica, senza ricorrere all’esorcismo vero e proprio. Ma poche settimane dopo, su incarico del Papa, Amorth viene spedito a indagare su quanto sta accadendo in un’antica abbazia abbandonata della Catalogna che una giovane vedova americana, accompagnata dai due figli adolescenti riluttanti, vorrebbe trasformare in una struttura turistica. Solo che l’immutolito ragazzino Henry comincia a strabuzzare gli occhi iniettati di sangue e parlare con una voce spaventosa che lascia prevedere il peggio. La faccenda è malefica, se ne accorge subito padre Amorth, il quale dovrà mettere da parte le sue ironie ribalde per dare battaglia, con l’aiuto di un prete spagnolo, a un Satanasso insidioso e feroce che non ha scelto a caso quella dimora per sfidare il capo degli esorcisti.
In esergo c’è una vera frase di Amorth: «Quando deridiamo il diavolo e diciamo che non esiste, è allora che lui è felice». Purtroppo il film di Avery presto dirazza per sprofondare nell’ennesima variazione horror-gore, pure ridicola, di quello che fu “L’esorcista” del 1973: vociacce spaventose, corpi deformati, sangue a litri, marchiature a fuoco, torture, antichi codici, zolfo e fiamme, eccetera. Per dire cosa? Che i nostri peccati sempre ci troveranno e che alcune storiche malefatte della Chiesa cattolica, sin dai tempi dell’Inquisizione, sono opera di Satana in persona. Vabbè.
Si vede che, da un certo punto in poi, nemmeno Russell Crowe, al solito doppiato da Luca Ward, crede più granché a questo padre Amorth buttato allegramente in caciara, con reminiscenze partigiane e sensi di colpa, e a quel punto il bravo attore neozelandese molla gli ormeggi brandendo il crocifisso e il latino; Franco Nero interpreta un pontefice fragile, senza nome, colpito da visioni e premonizioni; mentre il nero Cornell John fa una specie di Emmanuel Milingo, che fu davvero arcivescovo africano influente con Giovanni Paolo II prima di essere messo al bando dal Vaticano, magari pure giustamente.
PS. In una dichiarazione di qualche tempo fa l’Associazione internazionale degli esorcisti (IAE) ha definito il titolo del film «pretenzioso», affermando che la trama, considerata cospiratoria, pone al pubblico «un dubbio inaccettabile su chi sia il vero nemico: il diavolo o il potere ecclesiastico?».

Michele Anselmi