L’angolo di Michele Anselmi

Compulso i dati Cinetel sugli incassi di ieri, sempre miseri, tendenti al peggio, e mi chiedo: ma sarà anche colpa mia? In effetti non ho alcuna voglia di andare al cinema. Ma proprio nessuna. Non è tanto per timore del Covid, essendo le sale perlopiù vuote e avendo io a disposizione dieci nuove mascherine FFP2, anche se con l’aria che tira c’è poco da stare tranquilli. Semplicemente non mi va: di uscire, di prendere la metropolitana o l’auto sapendo che non troverò parcheggio, di sorbirmi pubblicità e trailer, di ritrovarmi magari vicino a qualcuno che tiene la mascherina sotto il naso confidando nel buio.
Eppure continuo a scrivere, pure impegnandomi, dei film di qualità che sono usciti o stanno uscendo, ad esempio “È andato tutto bene” di François Ozon (molto lo raccomando nonostante il tema non proprio allegro). Penso che sia giusto, utile, segnalare, incuriosire, suggerire, ciascuno di noi cine-scribi lo faccia con le forze di cui dispone: io ho solo Facebook e il sito Cinemonitor legato all’università della Sapienza. Ma la verità è che, a parte l’impegno militante di una ristretta cerchia di affezionati spettatori, i film che piacciono a me non sono dei successi, neanche alla lontana: penso a “Nowhere Special”, “West Side Story”, “Illusioni perdute”, “Scompartimento n. 6”, “One Second”, “Il capo perfetto”, ovviamente “Un eroe”, solo per citarne alcuni usciti di recente.
Di contro quando scrivo di film o serie che passano sulle piattaforme, be’ la risposta è immediata, corposa nel numero dei commenti e vitale sul piano del confronto. Il perché è semplice: chi legge, se vuole e non ha di meglio da fare, impiega un minuto per “collegarsi” e rendersi conto se ho scritto una fesseria o no, s’intende dal suo punto di vista.
Certo, “Spider Man – No Way Home” ha superato i 21 milioni di euro in tre settimane, una cifra record, da cinema pre-Covid, ma è un ragno miracoloso, un fenomeno isolato, tutto adolescenziale, perfino “House of Gucci”, che pure è a un passo dai 4 milioni e mezzo, sembra ormai flettere; e lunedì prossimo anche gli italiani “Belli ciao” e “Me contro te” avranno esaurito la spinta propulsiva che pareva averli lanciati verso onesti incassi.
Ma torniamo al discorso iniziale. Perché, nonostante la presenza di buoni film in sala, gli italiani disertano? Perché io diserto? Direi che una sorta di “lockdown” interiore, autoimposto, figlio di un’ansia diffusa, pure di un sospetto velenoso e spesso fondato nei confronti dell’umanità circostante, sia alla base di questa svogliatezza per certi versi esistenziale.
Tuttavia non è affatto impallidita la voglia di cinema, anzi specie sui social si parla di questo o quel film con accanita passione, dividendosi, mandandosi a quel Paese. Siamo diventati tutti critici cinematografici e va benissimo, al di là di alcuni toni imperativi, mai dialettici. Ma accade, fateci caso, quando quei film arrivano sulle piattaforme digitali o, assai più raramente, sulle reti generaliste. Conosco l’abnegazione degli esercenti, la loro capacità di resistenza, anche se c’è poco da resistere quando una sala resta vuota o quasi nel corso di una giornata e gli spettatori si contano sulle palme di due mani.
Quindi? La logica dice che dovremmo tutti forzarci ad uscire, a ritrovare il piacere di vedere un film di fronte al grande schermo, magari da soli, perché così si può riflettere meglio su quanto si è visto una volta sulla strada di casa. Ma non succede. E credo – temo – che non succederà ancora per parecchio tempo. Le file sono altrove, come oggi nella piccola Filottrano, Marche: centinaia e centinaia di persone in strada per ore, nell’attesa di vaccinarsi senza prenotazione, nella speranza che l’hub non finisse anzitempo le dosi disponibili.

Michele Anselmi