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Sarah e Saleem, due amanti “proibiti” travolti dal sospetto a Gerusalemme

L’angolo di Michele Anselmi

“Là dove nulla è possibile” recita il sottotitolo italiano di “Sarah & Saleem”, il film del regista palestinese Muayad Alayan che esce mercoledì 24 aprile con Satine. Si potrebbe anche dire “Là dove nulla è normale”, perché la storia in questione, ancorché desunta da un fatto realmente accaduto, mostra senza infingimenti, in una progressione di eventi che ha davvero qualcosa di “kafkiano”, come dalle parti di Gerusalemme niente sia semplice, privato, lineare, perfino una questione di corna, se la faccenda investe una donna israeliana e un uomo palestinese (o viceversa, immagino).
La trama, in breve. L’ebrea Sarah gestisce un bar a Gerusalemme Ovest, ha una figlia piccola, è sposata con un ufficiale dell’esercito molto preso dalla carriera. L’arabo Saleem fa il fattorino per un’impresa israeliana, vive a Gerusalemme est, la sua dolcissima moglie sta per partorire. I due hanno una tresca, forse non si amano ma si desiderano, appena possono consumano un veloce rapporto sessuale in mezzo a un parcheggio, nel furgoncino usato per consegnare le merci. Una sera Saleem propone a Sarah di arrivare a Betlemme per bere qualcosa insieme. Lei recalcitra. “È solo un drink, Sarah, la vita non è così complicata”. Invece sì.
Sarà l’inizio di un incubo ad occhi aperti. La donna, spacciatasi per olandese, viene riconosciuta nel bar, Saleem finisce arrestato dalla polizia palestinese in quanto possibile “collaborazionista”; tornerà in libertà, a patto di firmare un documento che custodisce una menzogna, ma proprio quel pezzo di carta finisce nelle mani dei servizi segreti israeliani dopo un blitz e a quel punto…
“Quanta pressione può sopportare un essere umano prima di sacrificare il proprio codice morale?” si chiede Alayan, che ha scritto il copione insieme al fratello Rami. Il cuore del film sta, in buona misura qui, perché a mano a mano che la vicenda si ingarbuglia, diventando un caso politico/diplomatico enfatizzato dai mass media, ciascuno dei personaggi deve fare i conti con sé stesso e con i rispettivi partner, in un mix di inganni e mistificazioni, di bugie e ammissioni, prima che tutto si chiarisca, con effetti devastanti sulle singole esistenze.
Lungo più di due ore, costruito a suo modo come un “thriller”, il film ha il merito di restituire con cura, senza toni di propaganda, con una certa oggettività che pesca nel paradosso di una situazione unica, la posta in gioco. Forse era solo una roba di sesso, come tante, un modo neanche troppo rischioso per sfuggire a una situazione di insoddisfazione coniugale; ma, appunto, nulla è normale da quelle parti, e ci vorrà il coraggio delle due donne, pure un barlume di complicità, per fare chiarezza, sistemare almeno un po’ le cose.
In “Sarah & Saleem” Gerusalemme diventa un vero e proprio personaggio: il film allude alle comunità segregate, alle disparite socio-economiche, ai diversi modelli di vita, anche alle ragioni di un odio antico che pure a tratti sembra attenuarsi nella frequentazione quotidiana. Ma è l’ingranaggio che stritola, e bugia chiama bugia, nel complicarsi degi sospetti, mentre qualcuno tira fuori una pistola…
Se Silvane Kretchner e Adeeb Safadi restituiscono benissimo l’attrazione erotica che unisce Sarah e Saleem, e anche il disastro psicologico che ne deriva, Ishai Golan e Maisa Abd Elhadi incarnano i rispettivi consorti: traditi, feriti, umiliati, in bilico tra vendetta e sostegno.
Un gran bel film, di quelli che non idealizzano in chiave romantica una possibile convivenza; da vedere se possibile nella versione originale parlata in arabo, ebraico e inglese.

Michele Anselmi

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