La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 24

“Scherzetto”, fuori concorso qui alla Mostra, mi pare un classico minore all’interno della cinematografia di Mario Martone. Dopo il drammatico “Fuori” del 2025, l’instancabile cineasta napoletano si rivolge a un romanzo di Domenico Starnone, appunto “Scherzetto” del 2017 (Einaudi), che molto piacque a Goffredo Fofi, per un’incursione, sia pure sui generis, nel territorio della commedia. Martone lo descrive così: «Due personaggi agli estremi della vita, una situazione familiare spesso comica, un unico ambiente, e dei fantasmi. Ma lavorando al film si sono affacciati anche i miei, di fantasmi, difficili da tenere a bada, e ho cominciato a inseguirli con la macchina da presa».

Suona bene, anche se a me pare che l’esibita leggerezza ogni tanto rasenti l’inconsistenza, ma forse mi sbaglio, osservando le reazioni divertite di tanti miei colleghi. Certo fa piacere vedere Toni Servillo in una parte da nonno, impaziente e tenero allo stesso tempo.

Siamo a Napoli, praticamente a un passo dalla Stazione Centrale. Un lungo piano sequenza sospeso a mezz’aria insiste sull’esterno dell’appartamento, ultimo piano di un palazzone “brutalista” del secondo Dopoguerra, che sarà protagonista della storia. Lì approda, dopo un intervento chirurgico, il settantenne Daniele Mallarico: è un famoso illustratore, vedovo, da anni residente a Milano. La figlia Betta, dovendosi allontanare col marito Saverio, l’ha chiamato perché stia tre giorni con il nipote Mario, cinque anni, e lui, sia pure controvoglia, ha accettato. Però deve terminare in fretta delle tavole per un libro ispirato a “L’angolo bello” di Henry James, e il giovane e presuntuoso editore non pare soddisfatto del lavoro compiuto. Figuratevi quanto sia contento di misurarsi con quel nipotino che pure gli appare brillante, furbo, pure saputello.

Il film è il resoconto di questa convivenza forzata, quasi una partitella di tennis nella quale le schermaglie tra i due maschi, sangue dello stesso sangue, assumono via via una dimensione allegorica: di incontro-scontro tra il passato che scolora (il nonno) e il futuro che scalpita (il nipote). E intanto, mentre le porte finestre s’inceppano e una pioggia torrenziale frusta il balcone, i fantasmi di John Brydon, il personaggio letterario di James, si mischiano con quelli del vecchio artista, che tra quelle mura visse da ragazzo e ora fa i conti con spettri e visioni.

«I suoi disegni sono scuri, serve più ossigeno» si lamenta l’editore con Mallarico, che a quel punto si fa invadere dalla rabbia, anzi da una foga violenta e incontrollabile che a Napoli chiamano «’a raggia». Il bimbo occhialuto e petulante, capace di mettere alla prova anche il talento creativo dell’ospite, osserva divertito quel nonno incavolato e borbottone, che giudica «cattivo» e quindi da punire trasformandosi in un demonietto, alla faccia del regalo ricevuto: una “Odissea” disegnata…

Napoli quasi non si vede, se non nella passeggiata nei dintorni, in zona quartiere Lavinaio, che offre un pretesto per far prendere aria alla pièce; ma certo è il vero protagonista di tutta la faccenda, specie negli affondi dialettali, di piglio quasi antropologico.

Toni Servillo sembra divertirsi nel rivaleggiare con quella piccola peste incarnata da Lorenzo Perrotta; in ruoli minori appaiono Serena Rossi e Leonardo Lidi. Come spesso accade, la fotografia di Paolo Carnera regala un di più alla messa in scena: in bilico tra realismo quotidiano e fosche visioni.

Michele Anselmi