L’angolo di Michele Anselmi

Si chiama “O Canada”, senza l’acca, l’inno nazionale canadese, composto nel lontano 1880. Si chiama “Oh, Canada”, con l’acca, il nuovo film del regista americano Paul Schrader, nelle sale giovedì prossimo, 16 gennaio, con Be Water e Medusa. Schrader, oggi 78enne, è cineasta scorticato e umorale, direi quasi ossessionato, sin da quando scriveva per Martin Scorsese i copioni di “Taxi Driver” e “Toro scatenato”, dai temi della menzogna, della fede, della colpa, della vendetta, del successo, dello smarrirsi in sé stessi.
Ormai fuori dal giro hollywoodiano che conta, dirige piccoli film indipendenti, questo “Oh Canada”, per dire, è stato girato in tre settimane, quasi tutto in una casa, usando attori amici che si prestano volentieri: qui Richard Gere, 75 anni, che nel 1980 fu lanciato proprio da “American Gigolo” di Schrader, e Uma Thurman.
Alla base c’è un romanzo dello scomparso Russell Banks, “I tradimenti” (Einaudi Stile libero 2022), e forse la materia del libro ha offerto a Schrader un motivo per parlare di sé sotto mentite spoglie, un po’ egli riconoscendosi, si direbbe, nel personaggio di Leonard Fife. Chi è? Un anziano e famoso documentarista ormai prossimo alla fine, a causa di un cancro metastatico, che accetta stancamente di farsi intervistare da due ex allievi, alla vigilia del Natale 2023, nella sua bella casa canadese. Perché lo fa, stando così male? Che cosa ha intenzione di rivelare che già non si sappia?
Sotto lo sguardo accudente della moglie Emma, il cineasta, provato dalla malattia e dai farmaci, con la sacca dell’urina nascosta sotto la sedia a rotelle, comincia il suo amarcord partendo dal 30 marzo del 1968, in Virginia, laddove «tutto cominciò». Dovete sapere che per decenni Fife è stato considerato una specie di eroe, essendo lui scappato in Canada, insieme ad altri sessantamila giovani americani, per sottrarsi alla leva obbligatoria e non dover combattere “la sporca guerra” in Vietnam.
Ma presto, nel cine-racconto di quegli anni ribelli che utilizza alcuni accorgimenti estetici teorizzati da Fife nei suoi corsi, qualcosa si slabbra e si guasta: l’intervistato sembra confondere i riferimenti, dice e non dice, ammicca e allude, rievoca avventure sessuali e fughe meschinelle, mentre la moglie comincia a dare segno di insofferenza di fronte a quanto sta ascoltando.
«Quando non abbiamo più futuro ci resta solo il passato» sussurra l’uomo, che cita Susan Sontag e Sigmund Freud, ma in realtà Fife vorrebbe spiegare, prima di andarsene, che la sua intera vita è stata una bugia, a partire forse dal suo eroico arrivo in Canada.
Gere, imbruttendosi al punto giusto, fa di Fife un uomo stanco, arrabbiato e disilluso, deciso a confessare l’inconfessabile per fare pace con la propria coscienza; Jacob Elordi incarna il documentarista da giovanotto: baffuto, belloccio, sciupafemmine, sempre un po’ sfuggente. Ma nel corso del film, anche nei flashback riferiti alla giovinezza, succede che Gere appaia all’improvviso nel ruolo di Fife, quasi a rendere, insieme al bianco e nero misto al colore, quel senso di confusione, di sovrapposizione, come in un flusso di coscienza.
Dura poco più di 90 minuti questo strano e mesto film che pure smantella qualche luogo comune sui mitici anni Settanta (echeggiano ballate suadenti e tinte alla Woodstock) per permettere al protagonista di fare i conti con un’esistenza in fondo pavida e poco gloriosa. Insomma, siamo all’opposto di quanto fece Wim Wenders con “Nick’s Movie”, registrando le memorie finali di Nicholas Ray.
Nei film di Schrader c’è sempre qualcosa di irrisolto e prezioso, di laterale e profondo, secondo alcuni conta la lezione bressoniana. Di sicuro sono uscito da “Oh, Canada” con un sottile senso di disagio, ma certamente sarà una questione di età.

Michele Anselmi