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Se Elton John batte Freddie Mercury: “Rocketman” vola alto

L’angolo di Michele Anselmi 

Naturalmente alla Fox Italia pregustano il bis con “Rocketman”. Ma non sarà facile ripetere il record straordinario di “Bohemian Rhapsody”: 29 milioni di euro solo da noi. Tuttavia, a mio parere, Elton John batte Freddie Mercury, almeno sul piano della resa cinematografica: per stile, inventiva, drammaturgia, forza degli attori, senso del musical. E pensare che i due film sono strettamente legati. Il regista inglese Dexter Fletcher, che adesso firma “Rocketman”, è lo stesso che terminò “Bohemian Rhapsody” dopo il “licenziamento” di Bryan Singer; e uno dei personaggi centrali in entrambi è il famigerato manager John Reid, che si occupò alla sua maniera vorace e disinvolta sia di Elton John sia dei Queen.
Passato fuori concorso a Cannes, “Rocketman” esce giovedì 29 maggio nelle sale italiane. Consiglio a tutti di vederlo, perché è una riuscita; anche se, a occhio, saranno gli estimatori agé a godere particolarmente, pure facendosi cullare dai ricordi giovanili riaccesi dalle memorabili canzoni.
La nostalgia è l’anima neanche tanto segreta di questo tipo di film, poi certo serve il giusto mix: un punto di vista, un bravo e somigliante attore, le canzoni rifatte con cura, l’atmosfera generale del tempo, la ricostruzione minuziosa di abiti, pettinature, strumentazione, ambienti.
Oddio, ci vorrebbe anche la morte, perché una rockstar è per definizione “maledetta”, quindi destinata a bruciarsi giovane, che sia Janis Joplin o Jim Morrison, Freddie Mercury o Kurt Cobain.
Elton John, al secolo Reggie Dwight, invece è oggi un pacificato signore 72enne con parrucchino, un compagno che lo ama da venticinque anni, due figli avuti grazie a una “madre surrogata” e una caterva di soldi messi a profitto. Ma certo in gioventù non si fece mancare nulla, essendo stato alcolista, cocainomane, sessuomane, bulimico, compulsivo, rabbioso e altro ancora.
Il film decolla con un’immagine fulminante: un diavolo arancione, con tanto di ali e corna, avanza minaccioso verso lo spettatore, finché si capisce che l’uomo dentro quel costume attillato è Elton John. In preda a una crisi di nervi, l’artista si sottopone a una seduta di “disintossicazione”, tra confessione e psicoanalisi, e lì parte il flashback che s’immerge negli anni Cinquanta. Per la serie: infanzia, vocazione e prime esperienze.
Il piccolo Reggie, detestato dal padre aviatore della Raf e snobbato dalla madre dedita a svaghi sessuali, trova solo nella nonna un affettuoso conforto; e sarà proprio lei a valorizzare il naturale talento musicale del bambino infelice, pianista per caso.
Nell’andirivieni temporale, vediamo crescere Reggie a ritmo di rock’n’roll: forma una sua band, accompagna artisti americani, si scopre omosessuale, incontra per caso il paroliere della sua vita, Bernie Taupin, che scrive testi in cerca di musica. Entrambi adorano una triste ballata western, “Streets of Laredo”; ma le loro canzoni prenderanno un’altra strada.
La perfetta e toccante “Your Song” proietta subito il pianista, che ora si fa chiamare Elton John, nel giro che conta; e un concerto nel mitico club “Troubadour” di Los Angeles fa il resto. A solo 25 anni, nel 1972, quel giovanotto basso e grassottello, già un po’ stempiato, è un miliardario, una rockstar planetaria con gli occhiali bizzarri e l’abbigliamento eccentrico.
Secondo l’andamento dei film sul tema, “Rocketman” racconta la conquista della fama e il crollo psicofisico che ne consegue, quindi vizi, dissolutezze, droghe, amori sbagliati, sfruttatori, tournée, canzoni epocali, feste e ville. Dovrà cadere molto in basso, il divo Elton, prima che trovi la forza di rialzarsi, di fare pace con sé stesso, perfino coi suoi genitori.
La novità del film sta nel disciplinare le leggi del musical, con gli attori che all’improvviso attaccano a cantare smettendo di parlare, a un ritratto in bilico tra realismo classico e accensioni oniriche. Scommessa vinta dal regista, anche se una sforbiciata qua e là avrebbe giovato alla compattezza del film, un po’ ripetitivo quando descrive la spirale autodistruttiva della star, quel misto di depressione e depravazione.
Di sicuro “Rocketman” trova in Taron Egerton un protagonista perfetto: l’attore gallese si cuce addosso il ruolo di Elton John, restituendone mosse e atteggiamenti, pure cantando una quindicina di memorabili hit, da “Crocodile Rock” a “Take Me to the Pilot”. Ma tutti sono in palla, intonati al tono kitsch/fiammeggiante: Jamie Bell è l’amico paroliere, Richard Madden il manager amante e avido, Bryce Dallas Howard la madre distratta.
Inutile dire che uscendo dal cinema viene un gran voglia di tirar fuori i vecchi vinili e di rimetterli sul piatto per vedere l’effetto che fa.

Michele Anselmi

PS. Su Internet, a commento di un trailer del film, qualcuno ha scritto: “We lost Freddie Mercury , but thanks God we still have Elton”. Serve tradurre?

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