L’angolo di Michele Anselmi
Il problema, con Marco Giallini, è che è sempre uguale a sé stesso, che faccia Rocco Schiavone, lo psicoanalista o il rocker, con baffi e basettoni o con barba; e tuttavia il difetto è anche il suo pregio, nel senso che sai, più o meno, che cosa ti aspetta (smorfie, vaffa, calata romanesca). Bisogna però riconoscere che in questo “Il Principe di Roma”, passato alla capitolina Festa del cinema e dal 17 novembre nelle sale con Lucky Red, il 59enne attore si tiene, mettendosi al servizio della storia ottocentesca firmata da Edoardo Falcone e scritta con Marco Martani e Paolo Costella. Naturalmente la concorrenza è affollata: solo nel giovedì in questione, cioè domani, escono nove (9) film, dieci con “BARDO, la cronaca falsa di alcune verità” uscito oggi, mercoledì. Ha senso tutto ciò? No, infatti già lunedì sapremo ampiamente chi è rimasto sul terreno.
Falcone, classe 1968, è al suo quarto lungometraggio da regista: debuttò nel 2015 con “Se Dio vuole” costruito sulla coppia Gassmann/Giallini. Viene dalla “scuola” di Fausto Brizzi, ma mi pare che abbia saputo emanciparsi, prendendo il meglio, non il peggio, di quel cinema un tempo considerato medio. I film in costume, da “La stranezza” a “L’ombra di Caravaggio” e “Dante”, stanno prendendosi una rivincita al botteghino, vedremo se “Il principe di Roma” approfitterà della congiuntura positiva. Siamo tra Mario Monicelli e Gigi Magni, con una punta di Antonio Pietrangeli, ovvero tra “Il marchese del Grillo”, “In nome del Papa Re” e “Fantasmi a Roma”, anche se lo spunto, assai vago, viene dal romanzo breve “Canto di Natale” che Charles Dickens pubblicò nel 1834.
Roma, primi mesi del 1829: papa Leone XII sta morendo (accadrà il 10 febbraio) e il facoltoso Bartolomeo Proietti, detto Meo, ha fretta di sposare la figlia di un esoso aristocratico decaduto, tal Ottavio Accoramboni, per diventare principe. “A Roma poi esse’ ricco quanto te pare, ma se voi contà’ davero o diventi nobile o te fai prete” teorizza Proietti, il quale, un po’ come lo Scrooge di Dickens, è avaro, misantropo, sospettoso, mai gentile col prossimo. Solo che il principe squattrinato vuole subito 10 mila scudi, prima delle nozze, e l’aspirante nobile, essendo pure “strozzino”, non sa dove trovarli in quattro e quattr’otto.
“Roma è piena di anime inquiete che vagano per i palazzi” sentiamo dire a un certo punto, infatti Meo, grazie a una vecchia fattucchiera, comincia ad essere “visitato” da fantasmi di illustri giustiziati: prima la dolce Beatrice Cenci, poi il furente Giordano Bruno, infine il pentito Alessandro VI, noto come papa Borgia. Scommettiamo che quegli incontri tra sogno e realtà contribuiranno a far rinsavire l’avido e rozzo pitocco, facendogli fare pace con i ricordi d’infanzia dentro un orfanotrofio?
In omaggio a “Nell’anno del Signore” vengono evocati i carbonari Targhini e Montanari decapitati nel 1825, in un andirivieni temporale che arriva fino al 1849, l’anno cioè della Repubblica Romana tanto paventata dal protagonista papalino. Una patina d’antico si depone sul film, ma Falcone conduce con garbo il gioco quirite, citando il Belli in esergo, scherzando sullo spirito della Città Eterna e distribuendo con cura i ruoli: se Giallini è ovviamente Proietti, Sergio Rubini fa il principe viziato, Andrea Sartorelli l’ex amico umiliato, Giulia Bevilacqua la stuzzicante amante/cameriera; mentre i tre fantasmi sono incarnati da Denise Tantucci, Filippo Timi e Giovanni Battiston (non l’avevo mai visto senza barba come nella foto qui sotto). L’ambientazione d’epoca mi pare resa bene, grazie alla fotografia nebbiosa di Fabio Zamarion e alle funzionali scenografie di Paola Comencini.
Michele Anselmi