L’angolo di Michele Anselmi
“Sono un uomo cattivo, hai qualcosa per guarire da questo?”. Michele Anacondia, detto ‘o pecoraro, è la nuova cine-reincarnazione di Macbeth. Corpulento e laconico, in poco tempo ha fatto carriera nella Sacra Corona Unita, passando da custode dell’arsenale a “sacrista” e “Papa”, ma naturalmente niente sembra dargli pace: la sua sete di potere, alimentata dalla moglie avida e vendicativa, l’ha indotto a commettere i delitti più efferati, ma che rimorso può provare essendo egli incapace di reale pentimento?
Passa stasera alla Festa del cinema di Roma “Il maledetto” di Giulio Base, prodotto da One More Pictures e Rai Cinema, ma per ora non si conosce la data di uscita nelle sale normali. Il regista, classe 1964, torinese, anche attore nella vita ma non qui, pensa alla famosa “tragedia scozzese” del 1623 sin dai primi anni Novanta, complice un soggetto di Luchino Visconti che fu pubblicato da “l’Unità”; sicché ha avuto tempo per prepararsi, documentarsi, riflettere sulla riscrittura in chiave malavitosa, infatti il copione risale al 2018 e solo dopo la pandemia il film s’è potuto fare.
Ho visto “Il maledetto” all’inizio con notevole interesse, poi con una strana titubanza, infine con una sensazione di smarrimento, ma certo l’impresa è audace, da far tremare le vene e i polsi, e bisogna riconoscere a Base, che cita non solo Shakespeare ma anche Verdi in esergo, il coraggio di pensare in grande dopo tre film “minimalisti”, il migliore dei quali mi pare “Il banchiere anarchico”.
Essendo lui un gran cinefilo, immagino che Base, prima di cimentarsi con quella storia, abbia rivisto gli innumerevoli film sul tema: dal “Macbeth” di Roman Polanski, cupo e feroce, di un naturalismo medioevale opposto alla chiave espressionista usata da Orson Welles, a quelli di Akira Kurosawa e Joel Coen, solo per dirne quattro. Quanto all’ambientazione pugliese, ramo “Quarta mafia” con faida infinita tra famiglie rivali, il caso vuole che “Il maledetto” arrivi dopo “Ti mangio il cuore” di Pippo Mezzapesa, benché, come s’è visto, sia stato pensato assai prima.
Scritto con un occhio al saggio “Sud e Magia” dell’antropologo Ernesto De Martino e l’altro alla beatificazione della mistica e veggente Natuzza Evolo (parola dello stesso Base), “Il maledetto” si propone dunque come una colta allegoria pop che adotta il linguaggio del “mafia movie”, con consueto corredo di sangue, rituali e morte, per parlare di cose più alte: della natura malvagia dell’uomo, delle pulsioni distruttive che albergano nel suo cuore, dell’ambizione smisurata che offusca la mente e lascia spazio a visioni orribili e spettri funesti.
Da questo punto di vista “Il maledetto”, parere personale ovviamente, convince per lampi e intuizioni, ma scontenta sul fronte della tenuta drammaturgica generale, pure di qualche prova recitativa. Come se Base, allargando via via la dimensione simbolica della torva vicenda, alla fine si lasciasse tentare da un gigantismo bellico (carrarmati, lanciamissili, elicotteri, droni esplosivi) che lascia perplessi.
Nicola Nocella fa del suo Michele una sorta di “Pericle il nero”: un manovale della criminalità organizzata, all’inizio umile e respingente, quasi enigmatico, che memore di un passato da “cecchino” agisce come un giustiziere micidiale, ma animato da un senso di colpa che lo porterà alla dannazione. Meno mi piace la “lady Macbeth” di Ileana D’Ambra, zoppicante e crudele, dedita a far troppo “le facce”, ma forse è la cifra stilistica volutamente kitsch scelta da Base anche nella scelta degli altri interpreti, i cui personaggi rimandano, in saporita salsa pugliese, ai vari Duncan, Banquo, Fleance, Macduff, “streghe” incluse.
Michele Anselmi