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“Se mi vuoi bene”: Brizzi & Lazzi con una punta di malinconia “dramedy”. Purtroppo tutto come prima

L’angolo di Michele Anselmi

Apprendo da Fausto Brizzi che in Italia esisterebbero tre categorie di uomini: “primisti”, “adesisti”, “dopisti”. Nel senso di chi vive nel passato, chi nell’adesso, chi nel futuro. Basterebbe questa supposta lepidezza per mitigare la voglia di vedere “Se mi vuoi bene”, il nuovo film del regista che si rivelò con “Notte prima degli esami”. Alla base c’è un romanzo, omonimo, dello stesso Brizzi, il quale confessa sulle note di regia: “Questo è il film che volevo fare da tanto tempo”. Trattasi di commedia drammatica, ma il cineasta preferisce “dramedy”, all’inglese, e in effetti non c’è tanto da ridere, neppure da sorridere in verità.
Una frase di Monica Vitti, messa in esergo, spiega la filosofia della storia: “Dicono che il mondo sia di chi si alza presto. Non è vero, il mondo è di chi è felice di alzarsi”. Di sicuro non è felice l’avvocato torinese incarnato da Claudio Bisio. Il suo Diego è un depresso cronico, un cinquantenne che ha rinunciato a vivere. Nei primi dieci minuti si rivolge direttamente allo spettatore enumerando, uno per uno, i fardelli emotivi. Il facoltoso leguleio si sente “invisibile”, snobbato da tutti in famiglia (ex moglie, amica storica, fratello, figlia, mamma, papà…), e forse mediterebbe di farla finita se non capitasse per caso in un eccentrico negozietto sotto i portici, chiamato “Chiacchiere”, gestito da un elegante vedovo coi capelli bianchi.
Un luogo dell’anima, si direbbe, un laboratorio del buon umore; e lì, infatti, l’immalinconito Diego mette a punto la strategia volta a recuperare un po’ di serenità. Farà del bene, quasi chirurgicamente, a tutti i suoi familiari, magari truccando un po’ le cose, forzando le situazioni. Ma quanto può durare? “Le cose che non vanno devi accettarle per quello che sono” sentenzia l’uomo delle “Chiacchiere” con la faccia di Sergio Rubini. E in questa acquietata accettazione della realtà sta, si direbbe, il messaggio esistenziale di “Se mi vuoi bene”, l’apologhetto sulla condizione umana.
Purtroppo Brizzi è Brizzi. L’ex golden-boy del cinema italiano, oggi quasi cinquantenne, sembra aver perso lo smalto che, un tempo, lo proiettò nelle fasce alte del botteghino. Benché già reduce dalle riprese di un altro film, “La mia banda suona il pop”, il regista romano appare in stallo espressivo: l’andamento è lasco, le battute colorite a sfondo sessuale convivono con una recitazione spesso survoltata, le parentesi riflessive con un uso solo esornativo delle canzoni (Luca Carboni, pure in scena, “Un giorno credi” di Edoardo Bennato).
Sui social c’è chi ha sfotticchiato la scena della “rage room”, la stanza apposita nella quale Diego e l’ex moglie incazzosa si chiudono per spaccare, armati di mazze da baseball, tutto quanto capita a tiro. Insomma per smaltire la rabbia repressa. Nella sua floscia emotività, “Se mi vuoi bene” risulta però abbastanza indolore, chiuso dentro un perimetro stilistico stagionato, tra un omaggio a Woody Allen nella scansione dei titoli di testa e forse una strizzatina d’occhio a “Un sogno per domani” con Kevin Spacey (la catena del bene), più qualcosa dei film generazionali tratti da Nick Hornby.
Il cast è corale, come vuole la consuetudine del genere: di Bisio e Rubini s’è detto, gli altri della partita sono, tra i tanti convocati, Maria Amelia Monti, Lorena Cacciatore, Gian Marco Tognazzi, Dino Abbrescia, Flavio Insinna, Valeria Fabrizi, Memo Remigi e Lucia Ocone (la migliore in campo).
Nelle sale da giovedì 17 ottobre con Medusa, produce Luca Barbareschi.
PS. Nella foto corale che trovate qui sotto Bisio tiene tra le mani un enorme cuore di plastica. Mi pare che fosse Giorgio Manganelli a dire: “Il cuore è l’organo più delicato da tenere in mano”.

Michele Anselmi

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