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Se vi piace Jeff Bridges c’è “Hell or High Water” (lo si trova su Netflix)

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L’angolo di Michele Anselmi

“Hell or High Water”, alla lettera “venga l’inferno o l’inondazione”, è un modo di dire americano che potremmo tradurre liberamente con “costi quel che costi”. Che è un po’ lo spirito che anima i due fratelli, uguali e diversi, che si mettono a rapinare le filiali della Texas Midlands Bank, di mattina presto, prelevando solo biglietti di piccolo taglio, con un’idea precisa in testa. Estinguere l’ipoteca che grava sulla vecchia e malridotta fattoria di famiglia, saldando il debito con l’istituto di credito, sapendo che sotto terra scorre una ricca vena petrolifera.
Avevo sentito parlare di questo film del 2016, passato quell’anno nella rassegna “Un certain regard” a Cannes, poi uscito fugacemente nelle sale americane, non nelle nostre. Per fortuna c’è Netflix, dove “Hell or High Water” figura da tempo, e magari in tanti l’avranno visto; ma recuperarlo in ritardo non è un peccato in questi giorni di “clausura” casalinga.
Perché vederlo? Innanzitutto perché vi recita un titanico/malinconico Jeff Bridges, all’epoca 67enne, con baffoni bianchi, stivali, cappellone da cowboy e stella da Texas ranger. Doppiato bene da Stefano De Sando (ma in originale è meglio), Bridges dev’essersi assai divertito a incarnare il sarcastico Marcus Hamilton a un passo dalla pensione. Gli mancano pochi giorni per lasciare il lavoro, e già pesa il senso di solitudine, ma quelle rapine ravvicinate e sistematiche lo incuriosiscono, sicché insieme al collega indiano Alberto Parker, native-american come l’attore Gil Birmingham, si mette alla caccia dei due lestofanti. I quali, però, sono parecchio diversi l’uno dall’altro: Toby Howard, cioè Chris Pine, non ha fatto mai male a una mosca, ha accudito la madre malata finché è vissuta e ora vorrebbe dare un tetto all’ex moglie e ai due figli, per strapparli a un destino di povertà; mentre Tanner Howard, cioè Ben Foster, è un delinquente appena uscito di prigione, un sadico affezionato ai suoi fucili, facile a uccidere, spesso fuori controllo.
Insomma, avete capito. Da un lato i due sbirri che filosofeggiano sulla vecchiaia, sperando di non incappare in qualche proiettile di troppo; dall’altro i due malviventi incalzati dal tempo, perché c’è da pagare entro un dato giorno la banca, naturalmente usando i soldi rapinati alla stessa banca (quindi da riciclare).
Il tono è da ballata western, a tratti crepuscolare, tra affondi ironici, dialoghi spiritosi, personaggi coloriti, situazione tra il buffo e il sadico, tristi canzoni da cowboy come “Streets of Laredo”, sole, caldo, paesaggi mozzafiato, birre in quantità, eccetera. Naturalmente tutti girano armati da quelle parti, come piace a Trump, anche andando a ritirare lo stipendio in banca: la qual cosa complica non poco la faccenda ai due rapinatori.
Si sente la mano di Taylor Sheridan alla voce sceneggiatura, uno che adora queste crude storie di frontiera ambientate nei pressi delle riserve indiane (di lì a poco avrebbe diretto “I segreti di Wind River” e la serie tv “Yellowstone); alla regia invece c’è l’inglese David Mackenzie, arruolato stabilmente da Netflix, suo il più recente “Outlaw King”, sempre con Chris Pine nei panni di un saggio capo scozzese contro l’armata di re Edoardo.
Si spara molto nel sottofinale, e si sprecano le citazioni cinefile (Spielberg, Sarafian, Hellman, solo per dirne tre). Ma il meglio sta forse nel finalissimo, quando tutto sembra essersi placato, e l’ex ranger, ormai in pensione, proverà a capire come siano andate davvero le cose, al di là delle apparenze.

Michele Anselmi

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