Il nuovo documentario, prodotto da Netflix e diretto da Ali Tabrizi, che ne è anche voce narrante, è attualmente in top ten ed è presente sulla piattaforma dal 24 marzo. Un problema più che mai attuale nonché poco trattato a livello mediatico, quello della pesca incontrollata e senza scrupoli che sta portando ad un pericoloso, quanto concreto, indebolimento della fauna ittica, marina e lacustre. Un problema che Tabrizi decide di affrontare nei 90 minuti del suo documentario, e la domanda a cui sceglie di voler dare una risposta è una: è possibile una pesca che sia realmente sostenibile? Una questione che, ci spiega il giovane regista, non riguarderebbe solamente il pescato minore. Anche grandi predatori e mammiferi marini, come squali, balene e delfini, sono vittime inermi – e per la maggior parte superflue – della pesca a strascico, della pesca mirata e, talvolta, della semplice crudeltà dell’uomo.

Le riprese sono forti, il regista punta allo shock emotivo dei suoi spettatori. A testimonianza di ciò, le immagini delle acque cristalline che da blu cobalto si tingono di rosso rimangono impresse della mente del pubblico, e si fanno metafora dell’opera. In aggiunta a ciò, Tabrizi rincara la dose: le testimonianze dei lavoratori sulle grandi imbarcazioni, che per mesi sono in mare, fanno venire la pelle d’oca tanto quanto le documentazioni sulla cattura e la mattanza dei delfini. Il montaggio di parole e inquadrature sembrerebbe essere lontano dallo scopo di creare una pellicola “ad hoc”, che sia stilisticamente perfetta e inappuntabile, quanto nell’intento – centrato appieno – di provocare una riflessione nello spettatore. Quest’ultimo assiste, più che ad un montaggio narrativo, ad una carrellata di riprese e immagini, intervallate da statistiche e commenti volti a spiegare come, in realtà, non vi sia la possibilità di attuare una pesca realmente sostenibile.

Il regista ventisettenne conclude e firma un’opera forte, un pugno nello stomaco che tutto fa tranne che porsi lontana dal giudizio. Volti, organizzazioni note, pratiche di pesca locali e internazionali vengono documentati e messi in discussione per mostrare allo spettatore quanto di più terribile e inumano si nasconda dietro il mercato ittico di tutto il mondo. Dal Giappone alla Scozia, dal Canada alla baia di Taiji, Tabrizi denuncia attraverso le riprese, e se ciò non dovesse bastare, le sue parole sono chiare: “smettete di mangiare pesce”. E queste parole in qualche modo funzionano, il messaggio arriva forte e chiaro al pubblico, al punto che in molti sono a dichiarare di aver modificato le proprie abitudini alimentari dopo la visione del prodotto.
Un documentario, una provocazione. Così potremmo definire “Seaspiracy”, un’impresa di collazione e denuncia dei milleuno modi in cui sfruttiamo e ci appropriamo delle acque del pianeta che abitiamo, ma che, ci vuole ricordare saggiamente Tabrizi, non ci appartiene.

Chiara Fedeli