La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 7
Le catene della colpa e le ferite mai rimarginate, fisiche e spirituali, ad esse collegate. Giornata interessante oggi alla Mostra, con tre film, uno fuori concorso e due in gara, che sembrano interrogarsi, s’intende con modi, stili e risultati diversi, su certe drammatiche strettoie dell’esistenza.
Parto da Paul Schrader, regista e sceneggiatore oggi ottantenne, a lungo collaboratore di Martin Scorsese e infatti il nome del regista italo-americano appare in evidenza sui titoli di testa. “The Basics of Philosophy”, ovvero “Le fondamenta della filosofia”, non avrebbe sfigurato in concorso, a mio parere, ma capisco la collocazione. A due anni da “Oh, Canada – I tradimenti”, Schrader mostra di avere ancora benzina nel serbatoio, sia pure muovendosi sempre all’interno dei dilemmi a lui cari: la colpa, la redenzione, il sesso, la religione, il perdono, il sacro e il profano. Scrive sulle note di regia: «The Basics of Philosophy rappresenta la prosecuzione di un racconto che conduco dai tempi di “Taxi Driver”: la figura di un uomo isolato e riflessivo, che indossa la maschera della propria professione. Questa volta si tratta di un docente di filosofia, chiamato a fare i conti con la propria identità e le proprie menzogne».
Diffido, di solito, dei film che usano la filosofia come sfondo colto e chiave di lettura degli eventi. Ma Schrader non è il Luca Guadagnino di “After the Hunt – Dopo la caccia”, qui al Lido proprio lo scorso anno; non orecchia quando tira in ballo il complesso pensiero di Baruch Spinoza, olandese, ebreo, vissuto tra il 1632 e il 1677. Molto semplificando, la dottrina morale spinoziana presenta punti di contatto con lo Stoicismo, proponendo il dominio della ragione sulle passioni, anche se alla fine del film echeggia una battuta, detta dal protagonista, che suona così: «La libertà è controllare la vita o abbandonarsi ad essa?». Vai a saperlo.
John Jorissen insegna filosofia in un piccolo ateneo del Missouri, il Ridgemont College. Sta scrivendo, appunto, un poderoso saggio su Spinoza, ma fatica ad andare avanti. Bello, colto, pure pianista, ricco di famiglia, il quarantenne ha una liaison sentimentale con una collega di Psicologia, Rebecca, divorziata con figlio quattordicenne. Però qualcosa s’è inceppato in quel rapporto; lei lo sente, lui fa finta di niente, rassicura, ma è scosso da un temporale interiore. Ai funerali del vecchio padre tirannico, osserva un uomo, un certo Miguel Vasque, oggi affermato commerciante di case, tanti anni prima suo adolescente allievo di musica. Un «incidente sessuale» piuttosto imbarazzante lega i due, e a quel punto tutto precipiterà sul piano inclinato dell’ipocrisia e delle bugie.
Si parla a sorpresa anche di eutanasia, anzi di «gentle exit», in questo thriller dell’anima teso e insinuante, dove il micidiale Nembutal diventa una sorta di McGuffin hitchcockiano, ovvero un espediente narrativo forte, utile a rendere più fosca e ambigua la posta in gioco.
«Mescola segreti e soldi e otterrai altri soldi» sentiamo teorizzare da un possibile ricattatore gay che bazzica il “Sidekicks Saloon”. Consumato dal senso di colpa e dalla certezza che il Dio di Spinoza non perdonerà mai le sue azioni, il prof sarà messo di fronte a una scelta cruciale.
Girato a basso costo, il film trova nell’inglese Jack Huston un interprete sottile nei panni dell’incasinato docente di filosofia, mentre in altri ruoli in appaiono Sofia Boutella, Bill Pullman, Dana Delany, Daniel Zovatto e Richard Gere. Ammirevole la colonna sonora minimalista, animata dalla chitarra elettrica di Bill Frisell (ma saremo in pochi ad accorgercene).
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E veniamo al concorso. Ho una passione per il regista francese Cédric Kahn, classe 1966, uno capace di passare da spiritose serie tv come “Chiami il mio agente!” a film politici come “Il caso Goldman”. Qui ha portato il suo nuovo “15/18”, che I Wonder Pictures farà uscire in Italia, non si capisce proprio perché, col titolo in inglese “A Place to Heal”, ovvero “un posto dove guarire”.
Siamo infatti nel reparto di neuropsichiatria per adolescenti tra i 15 e 18 anni, all’interno di un ospedale francese. La scalmanata Lucia, 17 anni, con tendenze suicide e piromani, viene riaccompagnata lì dalla polizia per un nuovo ricovero. Con stile secco e realistico, un po’ alla fratelli Dardenne, il regista ci fa subito conoscere gli altri ragazzi lì dentro, una dozzina con sindromi diverse di disagio mentale, e i medici che li curano con ammirevole dedizione.
Non pensate a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e robe simili. Nessuno usa la parola «matto», perché quei ragazzi non sono pazzi, semmai feriti, scorticati: dentro e fuori. «Non è un film militante, anche se la psichiatria è un tema profondamente politico» spiega Kahn. In effetti “15/18” racconta con sguardo oggettivo la vita in quel reparto: tra momenti di leggerezza, di strana complicità, addirittura festosi e situazioni che di colpo deflagrano, bruciano e lasciano spazio alla tragedia. Via via cambia lo stile del film, irrompe la musica e una bizzarra evasione di massa porterà la vicenda verso un epilogo inatteso, a suo modo rassicurante.
Kahn e la sua sceneggiatrice Kahina Le Querrec hanno assistito a colloqui individuali e familiari, a laboratori di ogni tipo (giardinaggio, disegno, teatro, sport), ai momenti di vita quotidiana tra ragazzi: pranzi, cene, serate. «Volevamo ascoltare le loro parole, inventare personaggi profondamente ispirati alla realtà» spiegano. Naturalmente l’ospedale pubblico accoglie, senza distinzione, adolescenti di ogni origine e di ogni classe sociale.
Il film è onesto, severo, ben recitato, racconta storie che potrebbero benissimo appartenerci; tuttavia, parlo per me, si resta un po’ spettatori, come di fronte a qualcosa ben fatto ma già più o meno visto.
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Solito tifo cinefilo da stadio per il giapponese Shinya Tsukamoto, da sempre oggetto di culto da parte dei filmofagi veneziani. Girato in inglese con attori perlopiù americani, “Mr. Nelson, Did You Kill People?” concretizza sullo schermo esattamente la domanda cruciale contenuta nel titolo. Ovvero: “Signor Nelson, lei ha ucciso persone?». Se la sente proporre da una bambina, in una scuola, il giovane ex marine nero tornato a pezzi, sotto shock, pure senza casa, dalla guerra nel Vietnam (siamo nel 1966, ancora i soldati non imbracciano i fucili M-16).
«Non pensare», «Esegui gli ordini», «Uccidi»: questi i tre comandamenti introiettati da Allen Nelson nell’addestramento a Okinawa, prima di finire nella giungla vietnamita. Dove commetterà atrocità di ogni tipo nei confronti dei cosiddetti «musi gialli», nel disprezzo più totale di ogni regola di ingaggio. «Sparavamo a tutto ciò che si muoveva» racconta allo psichiatra, il dottor Daniels, che prova a curarlo negli anni.
Tsukamoto pratica un cinema allucinato e piuttosto disturbante; sarà anche per questo che la proiezione per la stampa ha registrato un discreto esodo di festivalieri, a causa dei dettagli orribili: massacri, sangue, vermi, topi, corpi in disfacimento. L’orrore ricostruito servirebbe per spiegare meglio il percorso umano di Nelson, il quale diventò, a costo di perdere pure la famiglia, un testimone accanito di quanto fece, volendolo fare, in quella sporca guerra. Morì a 61 anni, dopo aver incontrato milioni di persone, perfino in Vietnam, oggi riposa in Giappone. Mark Merphy e Rodney Hicks incarnano il marine da giovane e nella maturità, Geoffrey Rush dà corpo al dottore che lo prese in cura nel pessimismo generale.
Il film, piuttosto rozzo e non sempre ben recitato, aggiunge qualcosa a quanto già rievocato, meglio, da cineasti americani, a partire da Oliver Stone ai tempi di “Platoon”? Non mi pare. Ma qui hanno applaudito.
Michele Anselmi