HIGHLIGHTS Libri

Sergio Sollima: “la resa dei conti critica” in una nuova monografia

Cercate in libreria “Il cinema di Sergio Sollima”, il volume Profondo rosso a cura di Fabio Zanello che passa in rassegna, grazie ad una serie di saggi affidati ad una squadra collaudata di critici cinematografici e saggisti, la filmografia del regista di “Faccia a Faccia” e “Sandokan”. Di seguito la nostra intervista al curatore Fabio Zanello, che ringraziamo per la disponibilità.

Il capitolo dedicato al Sollima sceneggiatore per altri registi – al di là dell’aderenza al genere, penso al filone del peplum in cui si eserciterà maggiormente – non tralascia i primi sintomi di quella visione politica che caratterizzerà poi la sua produzione matura, è il caso di titoli come “Persiane chiuse” o “Madri pericolose”. Trovi che esista un legame tra i due periodi
F.Z.: Retrospettivamente gli script di “Persiane chiuse” e “Madri pericolose” contengono in nuce gli interessi del Sollima più maturo: un’osservazione acuta dei mutamenti socio-politici del Belpaese e la rappresentazione visuale con un piglio da entomologo di tematiche, ritenute tabù per l’epoca, come la prostituzione e i matrimoni combinati per colpa delle barriere sociali, anche perché la censura era piuttosto spietata beninteso. Non a caso ai tempi di “Persiane chiuse”, la sua attività di sceneggiatore si è connessa con quella di un regista come Luigi Comencini, che ha sempre mostrato una certa audacia nella scelta delle storie da filmare e lo dico in positivo.

“La resa dei conti”, “Faccia a faccia”, “Corri uomo corri” iscrivono Sollima nel pantheon dello spaghetti western. Qual è la caratteristica più personale del suo modo di intendere il genere americano per eccellenza e cosa lo distingue dagli altri due Sergio?
F.Z.: Sergio Sollima innanzitutto ha tentato una propria rielaborazione del western americano senza percorrere la strada più facile dell’imitazione pedissequa, sapendo coniugare l’impegno civile con la spettacolarità, un’esperienza la sua che ricorda quella di Damiano Damiani. Per esempio Cuchillo, il personaggio a cui ha dato vita Tomas Milian in “La resa dei conti” e “Corri uomo corri”, possiede una forte connotazione politica, che lo mette in opposizione con i poteri forti. Un peone che è allo stesso tempo anti-eroico, romantico e anarchico. I film appartengono al sottofilone del tortilla western, ossia quelle storie del Far West di ambientazione messicana con la rivoluzione in sottofondo. Della trilogia, “Faccia a faccia” è probabilmente il titolo più psicologico, per il confronto messo in scena fra due personalità antitetiche e rappresentate dall’intellettuale Fletcher di Gian Maria Volontè e il desperado Beauregard di Tomas Milian.

A differenza di altri registi della sua generazione e appartenenti allo stesso contesto di genere, Sollima mantiene un rigore di stile e un output produttivo unico. Sia sufficiente pensare a due titoli come “Città violenta” e “Revolver”. In che modo si relaziona il suo cinema nel mare magnum del cinema bis?
F.Z.: Diciamo che Sollima come altri colleghi del cinema bis aveva i suoi fari. Se per gente come Umberto Lenzi ed Enzo G. Castellari gli idoli in questione erano rispettivamente Samuel Fuller e Sam Peckinpah, influenze peraltro evidentissime se guardi con attenzione le loro incursioni nei generi, le opere di King Vidor, John Ford e Jacques Tourneur hanno parecchio condizionato Sollima nelle sue messinscene. Sergio mi confidò una volta che per l’uso dei flashback di “Città violenta”, si era rifatto molto ad un noir come “Le catene della colpa” di Tourneur. Inoltre “Revolver” si discosta nettamente dai poliziotteschi, perché è un noir alla francese, per la descrizione d’ambiente e la dialettica amicizia/inimicizia fra i protagonisti Oliver Reed e Fabio Testi, elementi riconducibili al polar di Melville. Insomma Sollima aveva ben chiaro in mente che, se vuoi costruire una sceneggiatura solida, devi prima di tutto lavorare sulla consistenza dei personaggi.

Oltre ad un libro di Piermolini dedicato all’aspetto western del suo cinema, il volume che hai curato per Profondo rosso – salvo errori – è il primo che si occupa di scandagliare l’intera filmografia del regista. Qual è il motivo di questo rimosso critico?
F.Z.: Domanda interessante la tua. Aldilà della cortesia di Luigi Cozzi che voglio pubblicamente ringraziare per avermi dato tutta questa fiducia, perché forse Sergio Sollima non è mai stato un mondano, uno di quei registi che si attaccava come una cozza allo scoglio, uno scoglio che è la categoria dei critici, di cui è membro anche il sottoscritto, per promuovere i suoi film. Era un intellettuale schivo e pragmatico, forse non li cercava e adulava abbastanza per farsi celebrare. Sono tanti i registi che spesso sono sopravvalutati oppure godono di un’attenzione esagerata nella saggistica e sulle riviste specializzate, solo perché intrattengono rapporti costanti, servili e talvolta ossessivi con la mia categoria. Anche quando c’è stato un successone televisivo come “Sandokan” oppure quando Tarantino ha elogiato nelle interviste “Città violenta” rispetto ad altri colleghi del cinema bis, lui è rimasto dietro le quinte. Poiché l’ho conosciuto personalmente, posso ipotizzare che è stata sicuramente una sua scelta. Nel 2004 ai tempi della retrospettiva “Italian Kings of B’s” alla Mostra di Venezia, Sollima non è apparso sotto i riflettori insieme a Umberto Lenzi e soci e questo è un fatto indicativo! Oltretutto i critici li conosceva molto bene, avendone fatto parte, poteva dunque permettersi un sano distacco. Si contano sulla punta delle dita nel nostro cinema quelli che dalla critica o dal giornalismo cinematografico sono passati all’uso della cinecamera. Penso a Ferzan Ozpetek, Edoardo Bruno e Maurizio Ponzi, il cui amore viscerale per i film li ha condotti a tentare la regia. Ecco Sergio Sollima faceva parte di questo sparuto gruppo.

Puoi presentarci i critici che hanno curato i vari interventi che compongono “Il cinema di Sergio Sollima”?
F.Z.: Sono tutti critici e studiosi con cui ho instaurato nel tempo un rapporto prima di tutto umano, come mia abitudine, che professionale: Mario Gerosa, Aurora Auteri, Antonio Pettierre, Valentino Saccà, Chiara Ricci, Stefano Iachetti, Luca Servini, Giuseppe Cozzolino e la mia nuova scommessa Francesco Carini che è molto esperto di crime movies. Gli altri possono ormai considerarsi a tutti gli effetti dei veterani, poiché alle spalle hanno già un certo numero di pubblicazioni. E statene certi, una squadra così vincente, visto l’esito positivo, sarà riconfermata anche per i miei progetti futuri.

Condividi quest'articolo