Sound & Vision

“Climax” è un film del 2019 scritto e diretto dal regista franco-argentino Gaspar Noé. La pellicola narra l’escalation di follia e violenza vissuta da un gruppo di ballerini francesi sotto effetto di LSD, versato, a loro insaputa, nella sangria. Nel suo quinto lungometraggio, uno dei più sperimentali della sua filmografia, Noé decide di lasciar improvvisare gli attori, quasi tutti non professionisti, facendosi guidare da una sceneggiatura che raggiunge a malapena le dieci pagine. Il suono e le musiche suppliscono alla mancanza di un vero protagonista, dominando le immagini e contribuendo, insieme alla fotografia acida, ad appesantire l’atmosfera ansiogena e claustrofobica in cui lo spettatore viene calato. La colonna sonora attinge a piene mani dai vari filoni dell’elettronica. Techno, italo-house, acid. Per musicare la pellicola vengono scomodati alcuni dei numi tutelari del genere, come Cerrone, Moroder, Aphex Twin ed i Daft Punk (Thomas Bangalter, uno dei due celebri robot e collaboratore di Noé dai tempi di “Irréversible”, realizza anche un inedito per il film, intitolato proprio Sangria).

La colonna sonora contribuisce a modellare un immaginario sonoro lisergico, tossico ed allucinato che dialoga perfettamente con la progressiva discesa negli inferi vissuta dai ballerini alle prese con gli effetti collaterali dell’acido. La pellicola si apre, come il sopracitato “Irréversible”, con i titoli di coda, accompagnati da una dolce cover elettronica, realizzata da Gary Numan, del primo movimento delle “Gymnopedies” del pianista Erik Satie. Neanche il tempo di metabolizzare questa bizzarra soluzione formale e lo spettatore è investito dal sintetizzatore arpeggiato e dalla linea di basso di un’esplosiva versione strumentale di “Supernature” di Cerrone. La macchina da presa si destreggia in virtuosi piani sequenza che seguono, con fare voyeuristico, le coreografie di danza dei ballerini, avvitandosi vorticosamente su sé stessa e prediligendo inquadrature dall’alto. La musica viene diffusa diegeticamente da una console per dj, investendo con le sue basse frequenze allo stesso tempo sia i ballerini che lo spettatore. Un energico mix tra un pezzo house di Kiddy Smile e la martellante Roland 909 di What To Do di Thomas Bangalter sonorizza un’inquadratura statica di oltre nove minuti. Il movimento a spirale della macchina da presa, marchio di fabbrica di Noé, fa calare una coltre claustrofobica sulla pellicola, segnando un punto di non ritorno per i ballerini appena all’inizio del trip infernale che li investirà di lì a poco.

I solenni accordi di sintetizzatore di Sangria, accompagnati da una cassa dritta, marcheranno l’inizio della fine. La spirale di violenza si acuisce sul dirompente caos di rumore bianco e feedback di Rolling and Scratching. I ballerini vengono pedinati dalla macchina da presa mentre vagano come dannati all’interno del teatro della scuola, trasformatasi in prigione. Una versione ovattata e distante di Windowlicker di Aphex Twin, al secolo Richard D. James, viene udita mentre Sofia Boutella combatte contro i propri demoni interiori. Ingegnosa la scelta di non far mai coincidere il punto di vista dello spettatore con quello degli attori, rimettendo al pubblico il compito di immaginarsi i lineamenti dei demoni che infestano la psiche dei danzatori. Le coreografie di danza si trasformano ora in sabba satanici reminiscenti delle terrificanti sequenze del remake di “Suspiria” ad opera di Luca Guadagnino. Gli arti si snodano e si dimenano come in preda ad una possessione. Un inferno al neon divora le anime dei ballerini alle prese con le proiezioni lisergiche del proprio inconscio. I beat elettronici catalizzano gli effetti degli acidi.

Un ultimo piano sequenza ci mostra i ballerini stesi a terra, divorati dalle sostanze chimiche: la telecamera, come loro, si ribalta capovolgendosi, mentre una luce (profondamente) rossa suggella definitivamente l’analogia con l’inferno dantesco. Un’inaspettata versione strumentale di Angie degli Stones coglie impreparato lo spettatore durante l’epilogo della pellicola. Il bad trip sembra finito. Almeno fino a quando una danzatrice non decide di autoimporsi una nuova cura Ludovico. Acidi al posto del collirio.

Gioele Barsotti