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Sfida a bassa intensità (a colpi di annunci) tra la Mostra e la Festa

L’angolo di Michele Anselmi

Magari sarà solo una coincidenza, o forse no. La sfida “a bassa intensità” tra i due maggiori festival di cinema italiani si gioca adesso anche sul timing degli annunci, su chi la spara più grossa anzitempo, in modo da piazzare qualche colpo buono a livello mediatico. Per dire: lo stesso giorno, lo scorso lunedì 24 giugno, sia la Mostra del cinema di Venezia sia la Festa del cinema di Roma si sono fatte vive per lanciare “urbi et orbi” mirate anticipazioni sulle prossime edizioni.
Un tempo succedeva di peggio, in verità: sono lontani gli anni in cui l’allora direttore veneziano Marco Müller accusava la neonata kermesse quirite di farsi bella con “gli scarti della Mostra”, in un succedersi di affondi, polemiche, battutine, allusioni, ritorsioni.
La faccenda è andata avanti parecchio, anche l’anno scorso, nonostante una sorta di “pace armata” siglata ufficiosamente, il direttore della Festa romana, Antonio Monda, se la prese pubblicamente con una battuta, forse infelice o forse solo equivocata, detta in un’intervista dall’antagonista Alberto Barbera, saldamente al comando della Mostra veneziana. Salvo poi sdrammatizzare il tutto, dando più o meno la colpa ai giornalisti che enfatizzerebbero per amor di polemica senza badare al sodo dei programmi.
Si diceva di lunedì scorso. In effetti, quel giorno la Festa ha annunciato in una sontuosa conferenza stampa che il Premio alla carriera della 14ª edizione (17-27 ottobre) andrà all’attore americano Bill Murray, quello di “Ghostbusters”, “Ricomincio da capo”, “Lost in Translation”, il quale riceverà il riconoscimento dalle mani dell’amico regista Wes Anderson, così bravo nel valorizzarlo.
“Murray è un attore capace di raccontare la tragedia esistenziale facendo sorridere, piacerà anche ai giovani, è molto cool. E poi vogliamo andare oltre il pregiudizio nei confronti della commedia” ha spiegato Monda, spegnendo stavolta ogni frizione con il Lido. “Noi abbiamo 14 anni di storia, loro 76. Non voglio fare una Venezia di serie B, ma una Roma di serie A”. Per affermare la quale un segnale speciale arriverebbe dalla presenza di “Pavarotti”, il documentario di Ron Howard dedicato allo scomparso tenore italiano.
E Venezia come risponde lo stesso giorno? Barbera ha già fatto sapere, qualche settimana fa, che uno dei due Leoni alla carriera andrà allo spagnolo Pedro Almodóvar, maltrattato a Cannes col suo “Dolor y Gloria”, quindi perfetto per dar lustro alla Mostra, peraltro il festival che lo lanciò una vita fa. Ma se la Festa di Roma punta sui nomi hollywoodiani, in una chiave decisamente e allegramente pop, al Lido possono permettersi di affidare la guida della giuria della 76ª edizione (28 agosto-7 settembre) a una sofisticata regista argentina, il cui nome dirà poco o nulla al grande pubblico.
Chi è? Lucrecia Martel, 52 anni, in parte allieva di Almodóvar (tutto si tiene), autrice di film molto apprezzati dalla critica ma non proprio conosciuti in Italia, come “La niña santa”, “La donna senza testa”, “Zama”.
A Barbera, come si sa, piace sparigliare e sorprendere, infatti ha così motivato la scelta originale. “Quattro lungometraggi e una manciata di corti, in poco meno di vent’anni, sono bastati a fare di Lucrecia Martel la più importante regista latino americana, e una delle maggiori al mondo. Nei suoi film, l’originalità della ricerca stilistica e il rigore della messa in scena sono al servizio di una visione del mondo esente da compromessi, dedita all’esplorazione dei misteri della sessualità femminile, delle dinamiche di gruppo e di classe”.
Come vedete, l’iperbole ci mette un po’ lo zampino, ma del resto ogni direttore deve saper vendere la propria merce, come un bravo piazzista, alternando scelte cinefile e scelte divistiche, ben sapendo di dover fare i conti con una concorrenza sfrenata. Anche se a Venezia 2019 si sentono già in una botta di ferro, potendo disporre, a quanto si sa, dei nuovi film di Martin Scorsese, Woody Allen e Roman Polanski.

PS. Brutte notizie, invece, per chi ha provato a stanare Matteo Garrone, il quale è ancora al lavoro sul suo atteso “Pinocchio”: il regista dell’ultrapremiato “Dogman” salterà i festival canonici per puntare direttamente sull’uscita nelle sale per Natale. Dove dovrà vedersela con la corazzata Checco Zalone che sbarca, col suo segretissimo “Tolo Tolo”, direttamente il 25 dicembre (salvo ripensamenti) o giù di lì.

Michele Anselmi

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