L’angolo di Michele Anselmi

La curiosità. Una curiosità inesauribile e vorace, dolce e svagata, che non giudica i comportamenti, tanto meno le persone, semmai osserva e registra con soave ironia, cercando di cogliere il buffo che c’è nella vita. Arriva nelle sale con un tour di proiezioni/evento – martedì 18 giugno al cinema Quattro Fontane di Roma, seguiranno Milano (19), Torino (26) e ancora Napoli, Genova, Firenze, Bergamo e altre città a luglio – uno strano film intitolato “Io, il tubo e le pizze”. Distribuisce Luce Cinecittà, produce la Achab di Enzo Porcelli insieme a Rai Cinema. Lo girò faticosamente, prima di morire il 5 luglio 2019, Ugo Gregoretti, all’epoca delle riprese già 87enne e in precarie condizioni di salute; modificando radicalmente un progetto cinematografico più ambizioso che nasceva dal suo libro “La storia sono io”. Facendo di necessità virtù, l’artista semplificò il racconto (parole sue) “mantenendo l’ironia e la godibilità delle situazioni, orientandolo ai momenti più rilevanti della mia carriera professionale”.
Così è. A partire dal titolo, meno simbolico di quanto possa sembrare: Io come Gregoretti, il tubo come il tubo catodico ovvero la televisione di un tempo, le pizze come la pellicola del cinema. Il film immagina che il valetudinario regista, con barbetta, coppoletta, bastone e sedia a rotelle, s’aggiri per Villa Borghese a Roma accompagnato dal quintogenito Filippo e dalla di lui moglie cinese Tai Hsuan Huang, detta Kelly. I siparietti dialettici servono per cucire insieme o presentare una fitta serie di filmati: tutti servizi televisivi tratti dal programma “Sottotraccia” (1991-1993), con l’aggiunta di due estratti in bianco nero, l’uno preso da “Controfagotto” e l’altro dal film “I nuovi angeli”, entrambi del 1960.
Alla sua maniera arguta e sorniona, Gregoretti lancia i suoi servizi, come fossero tappe di un “Viaggio in Italia”, e ne nasce un amabile caleidoscopio di figure e figurette, tratteggiate con rispetto, senza mai ridicolizzarle (sta qui la forza dello sguardo), un po’ alla maniera anche di Nanni Loy. Il catalogo è vario e divertente.
Qualche esempio? I tornei di “campanari” di Vergato; la vendita esecrata dei muli appartenuti al corpo degli Alpini; l’estetista del Mantovano esperto in mucche che cotona il pelo e incolla i capezzoli per farli convergere; la Fiera di ornitologia di Vittorio Veneto con i canarini che sembrano nevrotici rapaci; il milanese arrabbiato che detesta i preti, per aver perso un’eredità, e li picchia con un tubo di gomma; il napoletano 81enne che costruisce parrucche per Madonne; i divoratori di angurie che rischiano il soffocamento o l’infarto; una specie di Sacra Sindone su un portone di Serravalle in Chienti, con i fedeli che omaggiano il volto di Gesù “disegnato” dagli schizzi di fango provenienti dalla strada.
Essendo malizioso senza darlo a vedere, Gregoretti parla anche di sesso, scherzando con le parole. Ecco allora la visita in uno stabilimento che produce i profilattici Hatù, s’intende con le opinioni delle operaie; uno sguardo alla romana Fiera del porno dove va forte “un letto erotico per Kamasutra”; il concorso “Culetti d’oro” a Igea Marina; anche un’intervista con un giovane Rocco Siffredi, che si definisce “cerebrale” e “opinionista”, mentre l’intervistatore gli chiede pareri cine-tecnici sul “momento dello zampillo”.
Il tono è ilare ma non superficiale, nel senso che la telecamera si posa con reale interesse non solo antropologico (così a me sembra) sui volti, i corpi, i tic e le voci degli interessati. Gregoretti commenta, registra, osserva, ironizza; ma, appunto, non condanna, se non nel caso del molesto “pappagallo da strada”, però siamo nel 1960, in pieno boom, che importuna tutte le donne per strada.
Il tutto dura 80 minuti, né troppo né poco: il giusto. E certo, alla fine, si rimpiange il tono aggraziato di Gregoretti, quel suo lavorare gentile attorno alle stranezze d’Italia, con qualche punta asprigna o malinconica che non guasta.

Michele Anselmi