HIGHLIGHTS Recensioni

“Shabadabadà” arriva subito. Lelouch rifà i conti con “Una uomo, una donna”

L’angolo di Michele Anselmi

Jean-Louis Trintignant ha 89 anni, Anouk Aimée 87, Claude Lelouch “solo” 82. Insieme fanno un bel carico di primavere. Possibile quindi che “I migliori anni della nostra vita” segni l’ultimo incontro tra i due innamorati che furono catapultati nella fama planetaria da un piccolo film del 1966 intitolato “Un uomo, una donna”. Non è la prima volta, in verità, che Lelouch fa rincontrare il pilota Jean-Louis Duroc e la produttrice Anne Gauthier, ma la rimpatriata del 1986, “Un uomo, una donna oggi”, non fu proprio memorabile. Erano già passati vent’anni, e il cinema all’epoca cercava altri brividi caldi.
Va meglio con “I migliori anni della nota vita” (la canzone di Renato Zero nulla c’entra), che Lelouch ha girato in poche settimane, mischiando scene realizzate oggi e materiale di repertorio, ritoccato e lavorato, quasi a compilare una malinconica meditazione sulla vecchiaia che sfoca i ricordi o forse li ravviva, il tutto in bilico tra realtà e immaginazione, coincidenze inattese e giochi del destino. C’è pure il toccante tema musicale di Francis Lai, quello che fa “shabadabada”: arriva dopo una mezzoretta, e non lascerà indifferenti chi ha già tirato fuori i fazzoletti (anche perché nel frattempo è scomparso pure lui, il musicista).
Dirò la verità: a me “Un uomo, una donna” non è mai parso “un fotoromanzo dalla poetica di carosello pubblicitario” o “una storia zuccherosa e finta” (cito “il Morandini” e “il Mereghetti”), sicché ho accolto con un certo interesse questo capitolo finale, sperando di essere sorpreso, di non assistere a una cosa tra crepuscolare e deprimente. Risultato? Lelouch non delude, anzi spiazza alla sua maniera.
Una frase di Victor Hugo, messa in esergo, ci ricorda che “I migliori anni di una vita sono ancora quelli da vivere”. L’ex pilota Duroc non ne sembra tanto convinto. Piazzato dal figlio in un pensionato di lusso, l’uomo, ormai distratto e svanito, sospira: “Qui non si vive, si aspetta di morire”. Mentre si sottrae agli esercizi per tenere sveglia la memoria, l’uomo sorride ripensando a qualcosa di bello; e il caso vuole, c’è lo zampino del figlio preoccupato, che di lì a poco l’indimenticata Anne accetti di andarlo a trovare senza dirgli chi è. Lui sembra non riconoscerla, o forse finge un po’, recitandole una poesia di Boris Vian; lei sta al gioco, accarezzandosi i capelli come da giovane, per vedere l’effetto che fa. Ne nasce una strana complicità, che si nutre di un sogno di fuga, anche se lo spettatore non capisce bene che cosa stia succedendo: frammenti dei vecchi film, con i due giovani e bellissimi, si mischiano a buffe avventure attuali a bordo di una Citroën 2CV, ogni tanto appare la gloriosa Ford Mustang, e il senso della velocità impavida, anche irresponsabile, viene affidato al recupero di un cortometraggio del 1976, “L’appuntamento”, girato dallo stesso Lelouch.
Per apprezzare il film, della durata aurea di 90 minuti, bisogna lasciarsi un po’ andare al flusso della memoria, anche alla complessa, suadente, “macchina cinema” che Lelouch pilota con la solita abilità, senza nascondere le brutture della vecchiaia e tuttavia estraendo dai visi degli ottuagenari Trintignant e Aimée un palpito di ribellione alla dittatura dell’età, fors’anche la possibile ripresa di un amore solo interrotto. Compare a sorpresa anche Monica Bellucci, nei panni della figlia italiana del pilota: nella versione francese è proprio brava, a volte i guai arrivano col doppiaggio italiano.
Nelle sale da giovedì 19 settembre con Europictures.

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo