Per Charles De Gaulle era difficile governare un paese con duecentoquarantasei varietà differenti di formaggio. Louis Julien-Petit, regista francese della commedia “Sì, Chef! La Brigade” affida proprio all’arte culinaria la risoluzione del problema dell’integrazione.

“Sì, Chef” è un curioso lungometraggio di denuncia che affronta una tematica sociale attuale in modo ilare. Se a Bruxelles si discute sulle strategie da adottare per regolare i flussi migratori, la chef, protagonista di questa pellicola, li risolve ospitando l’intera comunità del centro di accoglienza, dove lavora, nella sua piccola cucina.

Cathy è, infatti, una cuoca di ristoranti di lusso: brillante, anticonformista e ribelle. Gelosa delle sue ricette, decide di licenziarsi non condividendo le variazioni apportate ad un suo piatto da un suo superiore. E quando inizierà la ricerca di un nuovo lavoro, sarà costretta, suo malgrado, ad accettarne uno in una piccola e fatiscente mensa di un centro di accoglienza.

Ma proprio il nuovo progetto di integrazione rigorosamente “culinario” che il centro di accoglienza adotterà, cambierà radicalmente la sua visione della vita e, soprattutto, il suo modo di cucinare. Da sola sarà costretta a scegliere nuovi aiuti cuochi ed impartire loro lezioni di base di cucina dal semplice taglio della cipolla a quello più sofisticato alla julienne. Dal 7 dicembre al cinema una bella storia di integrazione.

Alessandra Alfonsi