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Si ride con Daniel Auteuil, per una volta non tende al cupo. Ciascuno di noi ha una sua “Belle époque” da rivivere?

La Festa di Michele Anselmi 

Ecco il film che avrebbe voluto fare Fausto Brizzi e non sarà mai in grado di fare. Applausi dai critici, alla Festa di Roma, per “La Belle Époque”, opera seconda del francese Nicolas Bedos, classe 1979; dispiace solo che la commedia fosse fuori concorso appena pochi mesi fa al festival di Cannes. Il titolo non tragga in inganno. Di solito con quella locuzione ci si riferisce al periodo storico e artistico, soprattutto parigino, che va dall’ultimo ventennio dell’Ottocento all’inizio della Prima guerra mondiale. Ma per estensione di significato ciascuno di noi, di solito, crede di aver vissuto una sua “belle époque” da giovane, quando tutto era più informale e ribelle, prima che la vita adulta normalizzasse le cose.
Vale anche per l’ultrasessantenne Victor, scrittore in crisi e fumettista-disegnatore disoccupato, benché maritato con la facoltosa psicoanalista Marianne. “La mia epoca preferita? La preistoria, quando andavo ancora a letto con mia moglie” ironizza l’uomo, annoiato da tutto, specie dal mondo social e digitale, sotto quel barbone bianco da venerabile. Ma forse una soluzione c’è: suo figlio imprenditore lavora con un regista eccentrico che soddisfa a pagamento i desideri di chi vuole, diciamo, viaggiare nel tempo per ricreare momenti intensi e belli della propria esistenza.
Victor custodisce una data precisa in testa: il 16 maggio del 1974, a Lione, in un bar chiamato appunto “La Belle Époque”. Quel giorno conobbe lì, per caso, la donna della sua vita. Detto fatto: cacciato di casa dalla moglie fedifraga, l’immalinconito artista mette insieme gli ultimi soldi e accetta la messinscena per vedere l’effetto che fa. Tornare 25enne non si può, ma intanto Victor si taglia la barba, recupera i baffi e indossa gli abiti di scena preparati con cura dalla produzione. I suoi vecchi disegni faranno da “storyboard”, diventando una specie di sceneggiatura da seguire scrupolosamente sul set.
Da “The Truman Show” in poi il tema della realtà ricreata in studio per addolcire la realtà non è certo una novità, ma Bedos sembra non preoccuparsene e fa bene. “La nostalgia è il business del futuro” sentiamo dire, e il film da lì parte per riflettere, con trovate spassose, equivoci maliziosi e affondi asprigni, sul desiderio che ci spinge a guardare indietro nel tempo per non fare i conti col presente.
Echeggiano brani musicali come “I Am A Believer” e “Me and Bobby McGee”, l’aria del tempo, e quindi abiti, capelli, sigarette, minigonne, Vélosolex, suppellettili, canne e “ammucchiate”, viene restituita con spiritosa cine-fedeltà, ma direi che la qualità del film stia in quel costante entrare e uscire dalla finzione, nel retrogusto sentimentale, che convola verso il finale aperto, non del tutto rassicurante nonostante le apparenze.
Daniel Auteuil ha 69 anni, quindi è perfettamente in linea con l’epoca evocata dal film, e si diverte a inscenare alcuni dei crucci freudiani del regista lasciandosi andare a un ruolo meno torvo e scorticato del solito; Fanny Ardant, Guillaume Canet, Pierre Arditi e Denis Podalydès stanno meravigliosamente al gioco; ma forse è la 33enne Doria Tillier, che incarna la giovane e disinibita Marianne nella ricostruzione della “scena primaria”, a imporsi per venustà e sguardi.
Il film uscirà in Italia con I Wonder Pictures il 7 novembre (se lo trovate in francese coi sottotioli è meglio).

Michele Anselmi

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