L’angolo di Michele Anselmi

Eccolo, finalmente, ma non al cinema. Con un anno e tre mesi di ritardo, rispetto all’uscita prevista del 26 febbraio 2020, arriva su Amazon Prime Video il nuovo film di Carlo Verdone. È quel “Si vive una volta sola” che il Covid-19 ha messo a lungo in quarantena, come tanti altri non solo italiani di un certo rilievo commerciale. Lo si vedrà da giovedì 13 maggio incluso nell’abbonamento alla piattaforma, un po’ come accade con “Senza rimorso” di Stefano Sollima. Quanto alla clandestina uscita di tre giorni avvenuta la settimana scorsa in alcune sale romane, per la precisione Trianon, Europa, Savoy, pare di capire che sia stata una soluzione “tecnica”, legata a ragioni produttive.
E intanto proprio mercoledì 12 Verdone comincia a girare a Roma la sua prima serie televisiva, “Vita da Carlo”, dieci puntate tra il divertito e l’autobiografico che si vedranno in autunno sempre su Amazon; solo dopo si saprà qualcosa del suo nuovo film per il grande schermo, scritto con Giovanni Veronesi nei mesi della pandemia.
Con “Si vive una volta sola” si scherza sulla malattia, ma non in chiave ipocondriaca, benché ci si muova nell’ambito delle burle malandrine. Per la serie: chi la fa l’aspetti. La commedia, scritta con Veronesi e Pasquale Plastino, stavolta è prettamente corale, infatti il comico romano divide la scena con Max Tortora, Anna Foglietta e Rocco Papaleo.
Ricorderete forse che i protagonisti formano una rodata équipe chirurgica di stanza all’ospedale romano San Carlo di Nancy. Nell’incipit, girato un po’ all’americana, vediamo addirittura papa Francesco, di spalle, mentre si intrattiene col quartetto in vista di un piccolo intervento. Solo che i quattro, nella vita, appaiono tutt’altro che pii, in bilico come sono tra smacchi sentimentali, cialtroneria e solitudine.
A patire di più sembra essere l’anestesista Amedeo Lasalandra, cioè Papaleo, non fosse altro perché bersaglio quotidiano degli scherzacci in chiave “Amici miei” orchestrati dagli annoiati colleghi: che sono il prof Umberto Gastaldi, l’assistente Corrado Pezzella e la “ferrista” Lucia Santilli, rispettivamente incarnati da Verdone, Tortora e Foglietta. Ma anch’essi, instancabili nel tartassare lo sventurato collega, sono costretti a fermarsi quando un’analisi clinica di routine attesta la presenza di un micidiale glioblastoma. La prognosi è infausta, così i tre fancazzisti pentiti decidono di far vivere all’ignaro Lasalandra, il quale già dà qualche segno di malessere, un’ultima memorabile vacanza sulle spiagge pugliesi. Strada facendo, al momento opportuno, gli diranno la verità.
La vicenda è divisa in due parti: nella prima c’è il contesto romano utile a mettere a fuoco le scombinate vite private dei medici; nella seconda il viaggio picaresco sotto la canicola dove, in un clima venato di imbarazzo, il destino si incaricherà di farsi beffe alle spalle di tutti. Naturalmente c’è una sorpresa in vista, non proprio imprevedibile ma ben costruita.
In confronto a “Benedetta follia”, il film appare forse più coerente sul piano dello stile ma meno spumeggiante sul piano della resa comica. Non manca una colorita battutaccia a sfondo sessuale che farà scattare l’applauso (a lungo s’è discusso se metterla o no), ma in generale spira un’aria malinconica, potremmo definirla, col critico Mario Sesti, “di dolce rammarico”. Un po’ troppo impegnativi i riferimenti al cinema di Pietro Germi e Antonio Pietrangeli.
Possibile che il copione originario fosse più asprigno, tanto è vero che Verdone confessò in una lontana conferenza stampa di aver addolcito alcuni passaggi di Veronesi, in modo da rendere più digeribile al grande pubblico il discorso sul tumore (benché, ripeto, non tutto sia come sembra).
Il quartetto è ben assortito, soprattutto Papaleo e Tortora recitano in amabile scioltezza, replicando certi tic del passato; Foglietta, per i miei gusti personali, fa troppe facce e faccette, mentre Verdone, all’epoca devastato da dolori lancinanti alle anche, conduce il gioco con garbo, arpeggiando su consolidate note vocali/gestuali. Non male come scoperta, in ogni senso, l’esordiente Mariana Falace: la sua esuberanza fisica, unita alla disinvoltura sessuale, rovinerebbe il sonno a qualsiasi padre, figurarsi al prof perbenista che la vede in tv col sedere di fuori.
Purtroppo il product placement esasperato, con i marchi in primo piano in ogni momento del film, è un classico delle produzioni di Aurelio De Laurentiis, non da adesso.

Michele Anselmi