L’angolo di Michele Anselmi

L’anno scorso la giuria veneziana, presieduta con goffa faziosità dall’americano Alexander Payne, snobbò quasi completamente “Silent Friend”; esattamente un anno dopo il film scritto e diretto dalla regista ungherese Ildikó Enyedi esce finalmente nelle sale con Movies Inspired, giovedì 3 settembre. Dura 147 minuti, eppure – fidatevi – non si guarda mai l’orologio. Per questo mi auguro che trovi un suo pubblico nutrito e attento, mi verrebbe da dire verdeggiante.
L’amico silenzioso del titolo è un maestoso e raro albero, un ginkgo biloba, che si staglia unico nel giardino botanico di un’antica città universitaria tedesca, Marburgo. Ha più di un secolo, sotto i suoi rami sono passate migliaia di persone, ma la regista ne isola tre, in epoche diverse.
Nel 2020 un neuroscienziato di Hong Kong, volato in quell’università per illustrare i suoi esperimenti sulle reazioni cerebrali dei neonati, resta bloccato per via del Covid. Murato vivo nell’ateneo, insieme al guardiano tedesco che mal lo sopporta, comincia a confrontarsi via computer con una botanica francese sulla “sensibilità” delle piante. Piazzerà dei sensori sul tronco e nelle radici per provare a catturare le “emozioni” dell’albero.
Nel 1908 una brillante studentessa tedesca, la prima ammessa all’università sotto lo sguardo arcigno dei professoroni che vorrebbero solo farla recedere, pratica innocenti riti pagani, eccelle negli esami e per pagarsi da vivere diventa apprendista di un vecchio fotografo. La scoperta della fotografia, fuori dall’uso ritrattistico in voga, la proietta in una dimensione nuova, nella quale far convivere osservazione della natura e scienza botanica.
Nel 1972, durante sit-in e proteste universitarie, una studentessa fricchettona, assai corteggiata da un coetaneo timido e inventivo, subisce un profondo cambiamento spirituale dedicandosi, grazie ad una macchina di sua invenzione, allo studio premuroso di un geranio.
Sul piano cinematografico Enyedi sceglie tre formati fotografici: il digitale per il 2020, il 35mm in bianco e nero per il 1908, il 16 mm un po’ sgranato per il 1972. Ma il cuore emotivo del suo film sta altrove, nella domanda che la regista formula così: «Siamo in grado di riconoscere e accettare umilmente i nostri specifici limiti percettivi?». In altre parole si raccontano i toccanti e imperfetti tentativi di stabilire un legame con le piante, di accettare che per gli alberi il misterioso “altro” siamo noi.
Non vedo scivolate new age in questo film complesso, morbido e insinuante, che intreccia i tre episodi distanti nel tempo e disegna sullo schermo onde luminose e sonore, velocizzando lo sviluppo dei germogli dopo una specie di inseminazione (l’albero è “femmina”). Bisogna vederlo per capire, le parole non rendono l’idea.
Inutile dire che tutti gli interpreti sono intonati al clima: Tony Leung Chiu-Wai, Luna Wedler (destinataria del Premio Mastroianni), Marlene Burow, Enzo Brumm e Léa Seydoux, sempre luminosa, in partecipazione speciale.

Michele Anselmi