La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 21

A parte l’inglese Ken Loach, solo i francesi sanno parlare così bene al cinema del lavoro. La tradizione è antica, ma direi che la conferma, l’ennesima, venga dall’ultimo titolo in concorso alla Mostra: “Un autre monde” di Stéphane Brizé, e per fortuna uscirà in Italia con Movies Inspired. È il terzo capitolo di un’ideale trilogia sui temi del lavoro, tra precarietà e sfruttamento, delocalizzazioni e lotte sindacali, cominciata con “La legge del mercato” e proseguita con “In guerra”. Di nuovo, come nei due precedenti, c’è Vincent Lindon protagonista. Che stavolta fa un dirigente d’azienda, a capo di uno dei cinque stabilimenti francesi posseduti da una multinazionale americana, alle prese con una doppia crisi: professionale e familiare.

Philippe Lemesle sta per crollare: la moglie ha chiesto il divorzio e gli rinfaccia di averla fatta sentire “una nullità”, uno dei due figli dà letteralmente i numeri sul piano mentale, la dirigenza della Elsonn, ramo elettrodomestici, gli ha ordinato di licenziare 58 persone, i sindacati lo incalzano per sapere la verità che ancora non si può dire. L’uomo cerca di tamponare i diversi fronti, di affrontare con raziocinio le crepe, senza farsi risucchiare nella depressione. Ma tutto sembra inutile. Da manager è diventato “tagliateste”, ogni proposta alternativa viene bocciata dalla sua boss parigina, presto non avrà alternative.

“La mia libertà ha un costo, ma non ha un prezzo”: è la frase cruciale che Lemesle, pronto a perdere tutto ma non la propria dignità, dirà a chi lo mette di fronte a un odioso dilemma morale.

Il 62enne Vincent Lindon attraversa il film in giacca e cravatta, con quello sguardo sgualcito e insieme fiero, pressato dagli eventi e però deciso a vendere cara la pelle. Un attore magnifico, eclettico, di forte presenza fisica, credibile sia come proletario sia come borghese, uno che “parla” anche quando non proferisce una parola. Le è accanto Sandrine Kiberlain, nei panni della moglie infelice, alla quale Philippe nulla ha fatto mancare sul piano economico, se non l’affetto di un marito.

Il cinema di Brizé forse lo conoscete: fotografia a luce naturale, musica ridotta al minimo o inesistente, un piglio quasi documentaristico nel taglio delle immagini, dialoghi che non suonano mai fasulli bensì piantati nella realtà. Applausi meritati, stamattina, a una delle proiezioni per i critici; mi auguro che la giuria, domani sera, gli riservi qualcosa.

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Parla di lavoro, a partire dal titolo, anche il filippino “On the Job: The Missing 8” di Erik Matti. Film torrenziale, lungo 208 minuti, quasi tre ore e mezza, che il direttore Barbera ha definito “eccessivo e barocco”. Non siamo infatti dalle parti del soporifero “The Woman Who Left” di Lav Diaz che vinse il Leone d’oro 2016; Matti ambienta a La Paz una storia corale, ispirata a fatti davvero accaduti, usando uno stile adrenalinico, un po’ all’americana (produce Hbo Asia), con una punta forse di Scorsese.

Gli otto scomparsi sul lavoro sono sette giornalisti e un ragazzino: massacrati in automobile da una gragnuola di pallottole e fatti scomparire in una fossa comune. Chi li voleva morti e perché? Il film ricostruisce la feroce vicenda partendo dal punto di vista di due personaggi, abbastanza odiosi, destinati infine a fronteggiarsi: un giornalista corrotto al soldo di un sindaco criminale a farsi rieleggere impadronendosi di un quotidiano considerato indocile, un killer dal naso storto che viene regolarmente fatto uscire da prigione se c’è da ammazzare qualcuno.

La “cultura” dell’impunità, a quanto pare diffusa nelle Filippine, è il cuore nero di questo affresco concitato, pure interessante, a tratti noiosetto e schematico. Dal quale – confesso – sono uscito a metà.

Michele Anselmi