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Sorpresa De Luigi: torvo e drammatico in “Gli uomini d’oro”

L’angolo di Michele Anselmi

Per la prima volta, dopo una schidionata di film tutti uguali, Fabio De Luigi recita. Insomma si impegna, rinunciando al solito repertorio di faccette, urletti, gesti scomposti, reazioni da ometto buffo e sfigato. La lodevole trasformazione si deve a Vincenzo Alfieri che firma “Gli uomini d’oro”, nelle sale con 01-Raicinema e Iif-Lucisano da giovedì 7 novembre.
Il film è liberamente ispirato a un fattaccio di cronaca avvenuto a Torino nel 1996, già in parte trasposto al cinema da Gianluca Maria Tavarelli nel 2000 con “Qui non è il Paradiso”. Trattasi di noir dai risvolti tragici benché risolti in chiave umoristica, a tratti grottesca, un po’ alla maniera del Guy Ritchie di “Lock & Stock – Pazzi scatenati”. Anche se Alfieri, salernitano, classe 1986, pure attore nella vita, porta un tratto personale nell’orchestrazione della cruenta vicenda, il cui titolo va letto per antifrasi. “Gli uomini d’oro” sono, in gergo, quei rapinatori provetti che mettono a segno i colpi migliori senza spargimento di sangue: esattamente quanto “non” accade qui.
Il romagnolo De Luigi incarna il torinese Alvise Fago, impiegato integerrimo delle Poste italiane scosso da una feroce irrequietezza di fondo. Frustrato, mal coniugato, cardiopatico, provetto cacciatore, costretto a tre lavori per tenere insieme la famigliola, tifoso “granata” sempre umiliato dalla Juventus, l’uomo è un grumo di risentimenti pronto a esplodere, una bomba a orologeria. Nella realtà si chiamava Domenico Canta, aveva 39 anni all’epoca dei fatti, ma gli sceneggiatori – lo stesso Alfieri con Alessandro Aronadio, Renato Sannio e Giuseppe G. Stasi – si divertono a cucire addosso al comico un personaggio cupo e ingrigito che ricorda un po’ il Michael Douglas di “Un giorno di ordinaria follia”.
Il malmostoso Alvise odia i meridionali ma si ritrova complice del napoletano Luigi, l’autista del furgone blindato con il quale ogni mattina fa il giro delle filiali. Il piano è più audace che ingegnoso: scambiare il contenuto dei sacchi durante il trasporto verso la centrale, 100 chili di carta al posto dei soldi, per un valore di circa 4 miliardi di lire. Ma perché il piano riesca servono altri due sodali: uno, Luciano, da nascondere nel furgone perché materialmente operi lo scambio; uno, un ex pugile detto il Lupo, per organizzare il dopo. S’infila nell’affare anche un vizioso couturier omosessuale, detto “Boutique”, che conduce una doppia vita, praticando lo strozzinaggio ad alti livelli.
Alfieri dice di essersi ispirato agli articoli di Meo Ponte, all’epoca giornalista di “la Repubblica”, scritti su quella sporca vicenda. Nata, cinematograficamente parlando, come “I soliti ignoti” di Mario Monicelli e finita come “Le iene” di Quentin Tarantino. L’idea del film è di applicare una certa estetica contemporanea, tra immagini capovolte, rapide fughe all’indietro, “ralenti” a effetto e panoramiche a schiaffo, alla riflessione asprigna sul potere corruttivo dei soldi, ieri come oggi. Il regista vede questi criminali come “persone comuni, fragili, vittime della loro epoca e dei loro piccoli sogni”.
Luci verdastre, molto neon, pupe sexy, pistole e fucili che affiorano, il logo delle Poste ripensato per non avere grane, tanta musica, i personaggi che portano nomi e cognomi di calciatori granata o juventini, Lamberto Dini citato qua e là per dare l’aria del tempo. Non mancano, insomma, le strizzatine d’occhio in una chiave da giravolte del destino, pure da cine-macedonia, ma si arriva in fondo ai 110 minuti con la voglia di sapere come finirà.
Di Fabio De Luigi, bravo a non strafare pure sul versante drammatico, s’è detto; gli altri della banda sono Giampaolo Morelli, Edoardo Leo, Giuseppe Ragone e Gian Marco Tognazzi, tutti più o meno intonati al registro survoltato della faccenda.

Michele Anselmi

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